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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - Racconto: 1630

1630

Di Angela Bonora (del 08/09/2004 @ 16:27:25, in Narrativa, linkato 1849 volte)

Capitolo I

 Erano giorni che cercava di decifrare lo scritto del 17° sec. che il volume dei morti del paese riportava.
Qualche volta nello stanzone silenzioso della parrocchia, dove l’avevano messa per consultare i dati dell’archivio, le sembrava di non essere sola.
Tutti quei nomi e quelle date che le sfilavano sotto gli occhi non erano semplici informazioni del passato, erano persone, esseri che avevano vissuto, erano nati in quel paese o in paesi vicini e lì avevano passato la loro vita, si erano sposati, avevano generato figli, avevano gioito, avevano sofferto.
I loro nomi, la data della loro morte, l’età in cui erano ritornati “alla casa del Padre”, volevano dire molto.
E lei ne era conscia.
Aveva cominciato, come per gioco: ricercare era stata tutta la sua vita.
Prima faceva ricerca per il mondo economico finanziario, il mondo …dei soldi, del denaro, delle speculazioni. Andata in pensione, era ritornata al vecchio amore, la storia. La storia come ricerca speculativa:ricostruire i tempi, interpretare il passato e vederne le connessioni con il presente.

Aveva preso in mano il libro dei morti del 1600: era il primo che organicamente era stato compilato dall’allora Arciprete. Nel Concilio di Trento dopo anni di discussioni si era giunti a varie delibere e tra queste era stato instaurato l’obbligo per i rettori delle parrocchie di tenere segnati in via cronologica i morti, i battezzati, i matrimoni, lo stato delle anime, cioè lo stato delle famiglie al momento della benedizione pasquale.
Questi documenti, ricercati, trafugati anche, dagli studiosi possono permettere la ricostruzione della composizione degli abitanti di un paese nei secoli. Dopo l’arrivo di Napoleone, che sanciva nei paesi sotto la sua dominazione le rilevazioni anagrafiche presso le Comuni, gli archivi parrocchiali avevano perso parte della loro importanza nella ricerca demografica degli ultimi due secoli. Inoltre la pluralità di religioni degli ultimi tempi ha ulteriormente declassato gli archivi parrocchiali.

….Comunque lei era affascinata dal periodo sei-settecentesco, quindi le raccolte degli archivi parrocchiali e quelle negli archivi di Stato erano il suo pane quotidiano. Non ricordava neppure perché le fosse venuto in mente il 1600 o forse sì…
Una piccola notizia su di un libro di demografia storica, che parlava delle epidemie di peste nel mondo aveva svegliato la sua curiosità. Si diceva che durante la peste del 1630, l’ultima grande peste in Europa, una zona che veniva considerata favorevole per non essere contagiata era la campagna attorno alla cittadina dove viveva. Molti abitanti dei capoluoghi vicini si erano trasferiti in quelle zone per evitare il contagio.

Ecco quindi  la curiosità di spulciare il libro dei morti di quel periodo per vedere se era possibile rintracciare nomi chiaramente di persone provenienti da altre regioni.
La città capoluogo era stata chiusa in quel tempo da una cintura sanitaria.
Il Cardinal Legato …era stato il primo a lasciare la città, troppo popolosa ed infetta, per raggiungere i suoi possedimenti nelle campagna …ma non gli era andata fatta bene…la peste e la morte l’avevano raggiunto o seguito.
Il suo sostituto pro-tempore aveva subito emanato un editto con il quale si vietava alle persone abitante nella città di uscirne per trasferirsi altrove. Quindi solo dalle grosse città delle regioni limitrofe potevano essere arrivati nella campagna degli stranieri.
La cittadina era fornita di un Hospitale e comunque nelle grandi ville sparse nella campagna l’epidemia non si era ancora mostrata.

Prese in mano il Libro I dei Morti ed iniziò a leggere e a prendere appunti. Era evidente che era il primo registro che era stato tenuto in quella parrocchia: le prime rilevazioni datavano 1628 e il registro era il primo in assoluto, come si poteva leggere sulla costola esterna. Per gli anni 1628-29 i dati relativi ai morti erano succinti, spesso non veniva indicato il nome della persona , ma solo l’età e il sesso, a volte il nome del padre. E poi le persone rilevate erano veramente poche…
Proseguendo nella lettura appariva il 1630 come un anno di grandi rilevazioni: la peste. Le rilevazioni dell’inizio dell’anno non si possono con sicurezza riferirle all’epidemia. L’Arciprete, perché la parrocchia è retta da sempre da un Arciprete, indicava in data agosto 1630 l’inizio delle rilevazioni di morti dovute ad epidemia con la frase: “notta de li morti di mal Contaggioso”. Per sei mesi le rilevazioni sono frequentissime. Famiglie intere vengono falciate. Ma non si riesce ad interpretare in modo certo se tali famiglie sono della cittadina o provengono da altre regioni.

Stranamente i primi morti per peste sono del suo stesso ceppo famigliare. Ma non c’è da stupirsene, da secoli i B. sono nati e vissuti nella pianura del Reno, nel tratto tra Bologna e Ferrara e non erano certamente famiglie ricche, si può dire senz’altro povere.
Nei testi di demografia storica si parla di una coincidenza che non deve essere considerata un puro caso. Le carestie, la mancanza di cibo, la denutrizione portano a diminuire la possibilità degli individui a reagire alle malattie. Le grandi epidemie che si sono verificate nel tempo sembra siano sempre state precedute da carestie dovute a fatti naturali che influivano negativamente sulla vegetazione e sugli allevamenti. Ovviamente gli individui meno abbienti erano i primi sacrificati.
I B. nel paese furono i primi, le loro famiglie vennero decimate e anche le famiglie ad esse legate li seguirono di lì a poco tempo.
Come si fa ad essere certi di ciò? Beh, lei era andata all’Archivio di Stato a cercare gli estimi di quei tempi. Era stata fortunata: esistevano quattro estimi dal 1577 al 1655 e un elenco delle persone o meglio dei capifamiglia che erano stati esentati dalla tassazione perché in condizioni disagiate.
Nell’elenco i B. erano presenti e non solo una volta: tutte le famiglie B. comparivano solo nell’elenco degli esenti dal pagamento delle tasse per povertà.

Giorno dopo giorno, o meglio ogni lunedì e mercoledì dalle 16 alle 19, la vecchia ricercatrice era stata là nello stanzone, su quei libri, a registrare i nomi, le età.
Nel periodo della peste dall’agosto 1630 alla fine di dicembre 1630 erano morti 278 individui: 139 di sesso femminile e 89 di sesso maschile.
Stranamente le morti infantili erano molto rare: forse, data l’epidemia, le donne in gravidanza abortivano spontaneamente e i feti non venivano registrati, come pure la gravidanza di una donna perita per l’epidemia.
Le notizie sono scarne: data del decesso, sesso, età, nome e cognome.
Le rilevazioni sono fatte in volgare.
Nota una particolarità interessante: il nome del morto veniva indicato spesso con il solo nome, scritto senza la maiuscola iniziale, e con l’indicazione del lavoro svolto, mentre vi erano morti per i quali non era indicato il lavoro, forse benestanti?, e per questi il nome era con la maiuscola e vi era scritto il nome della famiglia di provenienza. Ritrova come sola indicazione, senza nome, vignolo (lavoratore di vigna ) , vilan, longarello (molto alto e magro) sorda, garzon dell’ortolan dal tofanin (“tofanin o tofanini” è un possidente), una dona di Corgian, Tomaso ortolan de la Jupina, togna natta da C., Fesilia cingara frabba e domenica frabba cingara, (le due donne sono zingare). Vede poi rilevata Caterina Sezapina e subito dopo la “serva della Sezapina”.
Alcuni cognomi sembrano dimostrare la sua ipotesi: dal Bon, di Bidin, Dulzan, Spisan, Morin, Tofanin sembrano provenire dal vicino Veneto, ma non vi sono rilevazioni in tal senso, solo il nome della famiglia che arieggia ai cognomi anche attualmente in essere nel Veneto.
E’ tutto da verificare con il libro dei battezzati: se risultano nati con tali nomi nel paese allora l’ipotesi salta. Bisognerà andare a controllare, il libro dei battezzati inizia poco dopo la fine del Concilio di Trento, nel 1568, si dovrà comunque vedere i battezzati della fine del 1500 inizi 1600 dato che l’età media dei morti si aggira sui quaranta anni.

Volta ancora pagina e si accorge che è stato saltato un anno il 1631, ma esistono delle correzioni contrastanti, e una data 1630 novembre , che indicherebbe non un salto ma il mantenimento dell'anno precedente.
Forse manca un foglio? Perché rilevazioni solo a fine anno,? venivano fatte solo al momento del Natale? il foglio è intestato 1630, forse perché sono ancora morti per peste? la mano è la stessa, forse il priore era malato? Ritorna a guardare i primi fogli letti: il 6 agosto 1630 l’Arciprete e il Cappellano morirono per mal contagioso, furono fra i primi….

Capitolo II

Il 6 agosto l’Arciprete e il Cappellano morirono.
L’Arciprete il giorno prima era andato di casa in casa. Sotto il sole, nell’umido della pianura. Era andato a portar conforto nelle case in cui il morbo era già entrato. Aveva anche mandato un giovane alla città per chiedere aiuto al Cardinal Legato. Ma il giovane non era ritornato.
Si diceva che il Cardinal Legato fosse fuggito tra i primi e che il sostituto non lasciasse entrare nessuno in città ed inoltre se qualcuno fosse entrato per qualunque motivo non poteva più uscirne. Una cintura sanitaria molto stretta. Nella città capoluogo erano morti più di 2 mila individui tra uomini e donne dall’inizio del morbo e il lazzaretto era pieno. L’Arciprete aveva domandato aiuto perché i fratelli che facevano parte della Pieve del paese erano o morti o malati gravissimi. Le frazioni vicine erano rimaste o solo con il cappellano o sguarnite completamente con nessuno che desse il Viatico ai moribondi.
Le persone tutte, impaurite, rimanevano nelle loro case, chiuse e non avevano il coraggio di uscire neppure per andare ad attingere acqua. E si sa che l’acqua ad un moribondo non si nega.
Chi era rimasto solo in casa poteva contare solo sull’Arciprete e il Cappellano. Ma il Cappellano aveva già il braccio destro immobilizzato dal morbo e le sue ore erano contate.

La sera precedente l’Arciprete era andato, quando era già buio, da Maria e dai bambini. Due bambini, un maschio e una fanciullina, aveva avuto Maria da lui.
Le regole sul celibato erano diventate ferree dopo la fine del Concilio, ma molti, specialmente in campagna, come lui, avevano famiglia. Se di famiglia si poteva parlare… Una giovane con due putti, che viveva con la vecchia madre paralitica.
Lui divideva quello che aveva con lei, ma poco era quello che aveva e poi le offerte fatte alla Chiesa erano per i poveri, tutti.
Maria lavorava, filava, per chiunque glielo chiedesse. Per il paese era una vedova.
Infatti quando lui era stato destinato a quella Pieve i figli erano già nati, nell’altro paese, su in montagna.
Dopo due mesi che lui aveva raggiunto la nuova destinazione, Maria con il padre e la madre avevano preso un piccolo pezzo di terra in affitto nel nuovo paese e si erano trasferiti. Era stato, allora, facile dire che era rimasta vedova: che il marito era morto per mal di polmoni, per l’umidità della pianura, perché loro venivano da un paese della pianura. Tutti li avevano accettati ed era normale che l’Arciprete andasse a visitare anche questa povera famiglia. All’inizio il padre di Maria, la madre e Maria stessa lavoravano il piccolo pezzo di terra: qualche cosa si otteneva.
Maria aveva comprato una pecora al mercato vicino, aveva così il latte e la lana per vestire i bambini. Poi un bovaro che aveva messo l’occhio sulla giovane vedova, le aveva portato una giovenca macilenta, che i suoi padroni avevano detto di abbattere pensandola malata. Maria, come al solito, era riuscita a guarirla ed avevano messo insieme due bestie. Bisognò poi pensare a far coprire la pecora e la giovenca e non fu facile. Chi aveva il montone o il toro voleva essere pagato e Maria di soldi non ne aveva. L’Arciprete qualche soldo per i poveri raccoglieva presso i signori, ma non poteva dare a lei più che agli altri poveri con le stesse esigenze.
Maria non domandava niente, neppure per i bambini. Di notte, dopo aver tutto il giorno zappato, sarchiato il campo, al lume del focolare di stecchi filava e al mattino andava, all’alba, a lavare i panni nello scolo che attraversava i campi. In paese quelli che potevano permettersi di fare lavare, di fare filare, mandavano al casolare in fondo al paese un servo con la biancheria sporca o la lana da filare. E così Maria riuscì a far coprire prima la pecora e poi la giovenca.
Ma Maria aveva anche altre possibilità per mantenere la sua famiglia, specialmente negli ultimi tempi dopo che era morto suo padre, sua madre quasi non camminava, e da sola non riusciva a lavorare tutto il campo.
Maria conosceva le erbe e il potere delle erbe per curare le persone. Spesso donne andavano da lei per farsi dare il quantitativo giusto per un decotto per il “mal delle donne”.
Chi aveva una piaga alla fine andava da lei che aveva certe muffe tenute in piccole ciotole che aveva costruito con la malta dello scolo ed era sicuro che molto presto la piaga si sarebbe rimarginata.
Questo però il paese non lo mandava giù: che fosse una strega? Che le erbe le raccogliesse durante la notte sotto le radici delle querce ?
Si diceva che alle Due Querce si radunassero di notte le anime di quelle donne fatte bruciare dal Santo Offizio e che Maria ballasse con loro.
Povera anima, come avrebbe potuto fare…ballare anche dopo tutto quello che aveva lavorato di giorno? Un giorno di 18 ore quando tutto andava bene.
L’unico peccato di Maria era di essersi lasciata andare due volte con quel giovane prete e di aver messo su famiglia con lui. Ma viveva solo per lui, per i figli e per i genitori. Se vita si poteva dire quella….

 Capitolo III

Come era iniziata la storia?
Non lo sapevano bene neppure loro. Era un giorno di prima estate e lui andava alla raccolta di un po’ di grano per i poveretti, di podere in podere.
L’aveva incontrata in un campo intenta a spigolare. I suoi alora non avevano terreno proprio o in affitto, erano braccianti e si spostavano nella campagna per trovare lavoro. Pure lei, giovane di sedici anni, era a servizio presso una famiglia di mezzadri e quando poteva spigolava per la propria famiglia: un pugno di chicchi qui, due spighe là, da portare a casa la domenica.
Il giovane prete si fermò a salutarla, la vedeva alla prima Messa ogni domenica mattina. La ragazza rispose con un sorriso, torcendo un poco il capo, rimanendo però piegata.
Poi considerando sconveniente la sua posizione, si alzò tutta e fece un breve inchino al prete.
Don A. vide in quell’inchino una nobiltà che neppure nella più ricca delle sue parrocchiane aveva mai visto.
- Raccogli spighe?
- Si per mia madre e mio padre.
- Hai fratelli e sorelle a casa?
- Ne avevo. Erano tre: due maschi e una femmina più giovani di me. Un anno presero una brutta tosse e Dio se li portò via tutti e tre. Mia madre aveva fatto quegli impacchi caldi con il seme di lino. Io ero andata nel bosco a cercare un po’ di miele. Ma non era servito….
- Sei sola con i tuoi, allora.
- No, loro lavorano al podere dei Neri, io faccio la serva dai Frabbi: ritorno solo per un’ora alla domenica dopo il rosario se la mia padrona, Cattarina la Frabba, non ha bisogno di me.
Parlando si erano avvicinati. Il prete doveva continuare il suo giro: il suo sacco non era ancora pieno. La ragazza andare alla casa Frabba. La strada era la stessa fecero il cammino insieme.
Durante tutta l’estate il prete fece la raccolta e chissà perché spesso incontrava la ragazza che ritornava d’aver attinto acqua, o era andata a raccogliere foglia lungo i fossi per gli animali, o era andata a bacchetti per cuocere da mangiare.
Una sera sull’imbrunire, era agosto, era caldo,Maria fece bere al secchio il giovane prete e  bevve anche lei, poi, stanca, posò a terra il bastone gobbo e i due secchi e si lasciò andare sul bordo della scolina vicina.
Il giovane, anche lui, stanco per il lungo camminare, cercare, supplicare nella calura estiva, si sedette. Si guardarono e cominciarono a ridere per quell’atto che li accomunava.
Il riso da leggero, timido, divenne sempre più intenso, più allegro, gli occhi…negli occhi.

Capitolo IV

Venne l’inverno e Maria, dovette lasciare la casa Frabba: era vergogna tenere in casa una ragazza con una pancia così evidente.
Chi era il padre? In casa c’erano tre uomini: il vecchio Frabbo, il figlio, il nipote, tutti …veloci con le donne.
Quale dei tre? La Cattarina la buttò fuori di casa una sera : i piedi nudi negli zoccoli, la veste lacera, era febbraio, c’era la neve in terra.
Maria lentamente raggiunse la casa dei suoi. Arrivò quasi assiderata: non sentiva più i piedi, né le mani.
Il padre nel vederla la spinse fuori e chiuse la porta.
La madre spinse il padre da parte e nel farla entrare disse:
- Ne abbiamo pianti tre ed ora vogliamo far morire questa con il suo?

Il bambino nacque. Maria fu maledetta dal paese, ma sua madre andava fiera di quel nipote ed anche suo padre poco a poco l’accettò.
Vennero a sapere di chi era figlio quel putto tutto biondo?
Forse sì, troppo spesso quel giovane prete veniva a portare qualche cosa da mangiare e da vestire a quella famiglia disgraziata, dove c’era un bambino biondo come lui.
Prete o non prete. Maledetta o non maledetta. Se in paese qualcuno aveva capito, taceva.
I due giovani si amavano, cercavano di stare lontano l’uno dall’altra, ma Maria rimase incinta di nuovo.
Come fare? Aveva allargato con vecchia stoffa il suo unico vestito. Si era fatta crescere i cappelli sin sotto il sedere e poi pativa spesso la fame e non aumentava molto di peso. E nessuno se ne accorse.
Sua madre era ancora in età fertile e mise in giro la voce che aspettava un altro figlio, era grassottella di natura e quindi non ci fu dubbio.
Nacque una bambina bellissima, aveva i cappelli neri di Maria.
Era una bambina che aveva due padri, due madri, era zia di suo fratello e sorella di sua madre…. per il libro dei Battezzati della Chiesa, invece tutto era chiaro.

 Capitolo V

Il prete domandò di essere trasferito in pianura, nessuno voleva andare nelle terre umide: poco raccolto, tanti poveri, tanti malati.
Ma lui non voleva cambiare zona solo per nascondere la sua vera vita, non più in regola con le disposizioni del Concilio. Voleva espiare, allontanarsi.
Ogni giorno, ogni mattino che faceva nascere il sole, all’alba, si prostrava sulla pietra nuda, davanti al Cristo per chiedere perdono.
Doveva amore solo al Cristo, ma il suo amore un giorno d’estate era esploso, aumentato, e si era diretto anche verso quella giovane donna. La sua grande mestizia era dovuta al fatto che non si sentiva del tutto colpevole.
Il suo amore per il Cristo non era diminuito, anzi.
Il suo amore per i deboli, gli affamati, i poverelli era aumentato.
In ogni bambino affamato vedeva i suoi due, in ogni donna prostrata dalla fatica e dal poco cibo vedeva Maria.
In ogni vecchio dolente, per non poter essere più di sostentamento alla propria famiglia, ma solo di peso per la propria inettitudine, vedeva i genitori di Maria, che l’avevano protetta ed amata proprio in onore di quel Cristo, che per tutti aveva cercato il perdono sulla croce.
A tutti cercava di dare, tutti cercava di aiutare…Maria e i suoi erano sempre gli ultimi nella distribuzione del sacco di San Francesco, lui così chiamava il sacco che l’accompagnava e che era sempre molto vuoto quando al fine arrivava in quel casolare sperduto nella campagna.
- Cristo perdono! Cristo perdono! Padre del Cielo perdono!…
Questa tutti i giorni, ogni ora, ogni minuto del giorno era la sua invocazione.
Due volte aveva ceduto e due bambini bellissimi, gioiosi nella loro miseria, ne erano la testimonianza.
Ma nel giorno c’era un momento che quel grido non era del tutto sincero: di fronte ai suoi figli non si sentiva del tutto colpevole.
Quelle erano creature di Dio, venute dal suo peccato e da quello di Maria.
Quelle creature non avevano colpa alcuna.
Morivano tanti bambini nella pianura, per mancanza di cibo, per scrofolosi, per mancanza di fiato, per tosse, ma i suoi bambini sembravano intoccabili, crescevano belli e sereni: serena, povera, era la casa in cui vivevano.
In paese alcune comari, che, non sapendo che fare, si fermavano un po’ più del necessario a chiacchierare, dicevano:
- Guardate i figli di Maria come sono belli. I nostri figli muoiono, ma i suoi sembra che la morte non li possa toccare. Preparerà per loro quegli infusi che dà a noi donne. Ma per loro metterà qualche cosa in più…è una strega.

Parole, grosse, pericolose.
Ma Maria lavorava giorno e notte e i birri niente potevano dire di lei. Non veniva in paese se non per andare alla prima Messa con i bambini e si facevano sei miglia, tre all’andata e tre al ritorno. Non parlava con sconosciuti e tutte le domeniche dopo la Messa, mentre i bambini giocavano sul sagrato, andava all’Hospitale, davanti alla Chiesa ad aiutare a pulire i malati e portava a casa la povera biancheria per lavarla ed aggiustarla.
Maria comunque aveva un difetto che le comari non potevano perdonarle: a ventisei anni, malgrado il lavoro, la fame, era sempre più bella e gli uomini non potevano fare a meno di guatarla di sottecchi.
Mai l’avrebbero guardata dritta negli occhi: era una donna onorata, una vedova che aveva rifiutato di risposarsi per non lasciare la casa dei suoi vecchi e forse i bambini.

Capitolo VI

Venne la peste.
L’Arciprete non riusciva più a fare bene la cerca, il cappellano era sempre più pallido e debole. Non tutti casolari fuori dal paese potevano essere visitati. Già quattro giovani diaconi erano morte per tosse nella primavera. Due persone erano poche per tutta la parrocchia e per le parrocchie sussidiarie.
L’Arciprete non aveva neppur più tempo, all’alba, di prostrarsi davanti al Cristo e…alla casa a tre miglia dal paese non riusciva più ad andare.
Ora pregava mentre andava da casa in casa, per portar conforto agli ammalati, per benedire i morti:
- Signore, ti prego, ferma tutto questo. Ridà per favore fiducia alla gente. Se non hanno fiducia non riescono a combattere il male. Quelli più fiduciosi sono guariti, intercedendo presso di Te. Dà a Maria, ai bambini, alla nonna la possibilità di essere ascoltati da Te. Io per loro non posso far niente. Sono fortunati che abitano lontani dal paese e i birri non li lasciano uscire dal loro campo per non spargere il morbo. Ti prego Cristo intercedi presso il Padre Tuo per tutte queste anime impaurite. Prendi me….

E il Cristo a metà 1630 si prese l’Arciprete e i Cappellano. Un diacono di scorza dura, che era riuscito a guarire dal male "contaggioso", rimase il solo nella parrocchia.

Capitolo VII

La ricercatrice vedeva la scrittura sul libro dei morti cambiata…..

Il diacono era molto più burocratico, le informazioni sul libro erano scritte in calligrafia leggibile e tutti quelli che erano morti erano stati rilevati.
Il diacono non andava di casa in casa per la cerca e la distribuzione, e spesso non andava neppure a portare il Viatico.
Nella saletta vicino alla Chiesa, dopo aver detto Messa sopra i morti del giorno ed essersi assicurato che venissero sepolti nel Cimitero o nelle tombe di famiglia all’interno della Chiesa stessa, si sedeva davanti al libro dei morti e ne scriveva i nomi, l’età, il sesso, la famiglia di provenienza.
Erano per lo più morti all’interno del Castello, o perché vi vivevano o perché erano stati portati dai parenti all’Hospitale.
Il diacono considerava suoi lavori primari questi.
La cerca, la visita ai malati erano inutili in tempi come quelli “servivano soltanto a diffondere il contaggio.” Era suo compito anche sovrintendere insieme agli sbirri affinché le robe dei morti venissero bruciate od accatastate ai lati del paese, nel fossato melmoso che racchiudeva le case del Castello. La melma avrebbe trattenuto il morbo che era nelle terraglie, nei mobili, e la prima pioggia avrebbe lavato tutto.
Questa era la filosofia del diacono rimasto, ben diversa da quella del biondo Arciprete.

L’Arciprete era morto addolorato per i suoi parrocchiani, che non avrebbe potuto più aiutare.
Disperato per quelle quattro persone sparse nella pianura. Era morto domandando al Cristo:
- Fa che io possa ritornare ad aiutare-…..
……………
Alla fine del 1630 il morbo diminuì: i morti erano sempre meno.
Nel paese il diacono aveva registrato …..i morti.
Molti di essi non avevano importanza per il paese, ma alcuni erano i padroni di ampi appezzamenti di terreno, chi sarebbero stati gli eredi?
Alcune famiglie, come i Dulzan, erano andate distrutte completamente, c’erano eredi in Bologna, in Ferrara: sarebbero stati generosi con la Chiesa?
Ma il diacono non lo seppe mai, si ammalò di nuovo.
Aveva messo una linea sui libri dei morti e sotto scritto “fine della notta de li morti per lo malo contaggioso”.

Ma qualcuno scrisse il suo nome dopo.

Capitolo VIII

La ricercatrice si trovò, finite le rilevazioni del 1630-31 con una pagina a sinistra iniziata portante date del 1634 e tre rilevazioni di morti, poi tutta la pagina bianca e così pure la pagina successiva a destra.
Voltò questa ultima pagina e si ritrovò alla data 1632.
Se era logico trovare poche rilevazioni nel 1631, erano morti in tanti, non era però ammissibile non vi fossero rilevazioni per il 1632 e il 1633…ma le rilevazioni di quegli anni comparivano come d’incanto dopo una pagina bianca.
Era stato commesso un errore di rilevazione?
Impossibile però che venissero rilevati prima quelli del 1634 e poi 1632 e 1633!
Il libro era stato rilegato invertendo le pagine?
Lo voltò e rivoltò, ma niente dava a vedere un errore simile.
Andò avanti dopo il 1633 e notò che nel 1634, che compariva dopo, erano rilevati solo due morti, con i tre della pagina che baciava quella del 1631 facevano 5 morti in un anno, contro i 25 e i 18 del 1632 e del 1633.
Che strano…. Cominciò a pensare.
Tutti i deboli e i prostrati dalla carestia e dalla peste avevano lasciato questo mondo nel 1630 e all’inizio del 1631.
I sopravvissuti erano quelli forti, quelli che potevano ricominciare la vita. I beni di sostentamento dovevano essere divisi tra un numero minore di individui e quindi tutti avevano di più da mangiare, più possibilità di lavorare. Dopo eventi catastrofici come le carestie e le inevitabili epidemie c’era sempre un rifiorire dell’agricoltura, dell’artigianato. C’erano più posti per andare a servizio nelle case nobili.
Chi era rimasto aveva più possibilità di vita in tutti i sensi…e allora come mai un buco di quasi un anno nelle rilevazioni? E poi quelle altre rilevazioni che compaiono fuori posto? Nel 1634 impossibile che fossero morti così in pochi…

Una ricerca che si rispetti deve poter usufruire di prove e controprove. Quale miglior prova se non quella dei dati del libro dei battezzati?
Raggiunse l’armadio e cercò le prime rilevazioni dei battezzati, che voleva dire, a quei tempi, le rilevazioni dei nati.
Il paese era una roccaforte dello Stato Pontificio e quindi tutti i neonati dovevano essere battezzati per essere ben accetti dalla comunità.
Il primo libro dei battezzati iniziava nel gennaio del 1566, poco più di un anno dalla fine del Concilio di Trento. Furono quindi le prime rilevazioni attuate secondo il regolamento impostato.
I libri dei morti iniziavano, almeno in quella parrocchia, nel 1626.
Infatti il primo volume portava quella data. Abbastanza logico, per quei tempi, se si considera che la vita media non superava i sessanta anni e quindi si sarebbe potuto fare un confronto con quelli nati nel 1566 e vedere in quanti raggiungevano tale età.
Dal punto di vista statistico il ragionamento portava a varie pecche…

E qui la ricercatrice ebbe la sua prima delusione, chi era nato negli ultimi anni del 1500 portava il nome delle stesse famiglie che avevano avuti morti dal 1626 e durante il “morbo contaggioso”…
Quindi non era possibile vedere una prova della sua ipotesi oppure chi veniva dalle città vicine viveva in case, ville nella campagna: i libri dei morti era relativo solo al paese e non alle case sparse nella campagna.
Altra ipotesi poteva essere che i morti venissero rilevati nel paese di origine, anche se sepolti al più presto nel paese.
Si poteva comunque vedere, recepire moltissime notizie dalle rilevazioni dei battezzati. Venivano indicati il nome del padre, dopo pochi anni anche quello della madre, e i nomi dei compari,o padrini, di battesimo.
Si poteva quindi da quei dati ricostruire le famiglie e le parentele, gli amici, gli affini come ceto, che si prestavano a fare da compari o padrini, di solito due un maschio e una femmina.
Cominciò a prendere appunti. Si era posto come limite l’anno 1660, mentre per i morti aveva posto come limite l’anno 1678. 1566-1660, quasi cent’anni per i nati, 1626- 1678, poco più di cinquant’anni per i morti. Voleva vedere la natalità, la mortalità infantile in tempi normali, la mortalità infantile dopo la peste, individuare una età media di mortalità per gli adulti. Iniziò e procedeva con lena.
I dati non erano facilmente confrontabili con quelli dei libri dei morti: si accorse che alla parrocchia del paese confluivano per il battesimo tutti i nati delle parrocchie dei dintorni, la parrocchia era una Pieve.
Quindi risultavano molto più numerosi i nati dei morti. Anche se era ammissibile che molte morti di infanti non venissero rilevate.

Ma la cosa notevole era il 1634.

 Anche nel libro dei battezzati le rilevazioni si fermavano ai pochi battesimi del 1631, poi il retro della pagina riportava qualche rilevazione di battezzi nel 1634, mezzo foglio bianco, quello di sinistra, bianco quello di destra…e poi si iniziava con le rilevazioni del 1632 per poi procedere con ordine secondo le indicazioni dettate dalla Curia del capoluogo.
Nel 1631 doveva essere successo qualche cosa che non aveva permesso le rilevazioni. Sapeva che all’inizio del 1631 il diacono, così esatto, era morto.
Allora nessuno era più venuto a reggere la parrocchia dopo la morte del giovane Arciprete e del cappellano avvenuta nel giugno del 1630.
Ma quelle rilevazioni del 1632 dopo quelle del 1634 davano molto da pensare.
Bisognava andare in Curia e vedere i rettori della parrocchia nel tempo.

…si assopì mentre cercava di ragionare su questo fatto strano.

Capitolo IX

Maria era rimasta sola con i due bambini, sua madre era morta all’inizio del morbo in maggio, ma non per il morbo. Si era ferita con un arnese di ferro ed era morta urlando per una ferita bruttissima che lei, Maria, con tutti i suoi unguenti ed erbe non era riuscita a guarire.
Il suo bel Arciprete non veniva più, non poteva , aveva troppo da fare e lei non andava più in Chiesa.
Il padrone della casa e del campo le aveva fatto sapere che non doveva uscire dalla sua recinzione: gli sbirri della Legazione di Bologna avevano un mandato che diceva che gli abitanti delle case sparse non dovevano muoversi dalle loro abitazioni, se non per andare a lavorare i campi.
Maria, sola con due fanciulli, non aveva certamente tempo di andare in paese, con loro zappava, seminava, puliva quel fazzoletto di terra per mangiare. Pregare, pregava sempre mentre lavorava e quindi il Signore l’avrebbe perdonata se non fosse andata alla Messa.
Il Signore aveva tanto da perdonarle… Aveva sentito dire da un vicino di campo che in paese c’era una brutta malattia e che erano morte molte persone.

Che era successo all’Arciprete, era vivo il padre dei suoi bambini?
Era vivo il solo uomo che avesse amato e rispettato oltre a suo padre?

 Capitolo X

Signore fa che io possa tornare ad aiutare……”

Queste parole magiche, di grande amore verso il genere umano, dovevano essere ascoltate…..

……. La ricercatrice si trovò accanto un’entità vestita tutta di nero.
Non era Don Silvano, il parroco che le dava i libri da consultare , era più giovane, era più giovane e portava i cappelli lunghi biondi ed aveva il viso pallido, ammalato.
- Buona sera. Ha bisogno della sala? Debbo andare ?
- No, ora non ho più bisogno di niente. Il mio compito è finito. Quello che dovevo fare, con l’aiuto di Dio, l’ho fatto. E lei ha completato la pagina bianca.

L’Arciprete era stato sepolto nel cimitero vicino alla Chiesa, vicino al cappellano.
Non venne messa la lapide sopra alle loro tombe: il tagliapietre che preparava le lapidi era morto due giorni prima e tutti i morti da quel giorno in poi ebbero una croce di legno sulla tomba. Alcuni avevano il loro nome sulla croce, se qualcuno dei parenti sapeva scrivere, ma erano pochissimi.
Solo quelli che avevano una tomba di famiglia all’interno o sul sagrato della chiesa si sapeva dove erano stati sepolti, comunque il loro nome non figurava nella lapide, sempre per lo stesso motivo.
Alla fine della peste vennero poi in paese alcuni mastri comacini,validissimi nel tagliare la pietra e le pietre tombali furono completate.
Questo solo per le tombe di famiglia e per le quali esisteva ancora una famiglia: la peste aveva distrutto intere famiglie e dopo i primi tempi, nei quali furono i poveri, i derelitti ad essere vittime del morbo, l’epidemia si diffuse a tutti i ceti sociali.

Capitolo XI

 Le donne anziane, che sembravano essere più forti nell’epidemia, si interessavano delle tombe e cercavano fiori di campo per adornarle.
Dopo una settimana dalla sepoltura dell’Arciprete, Catharina Fratta si accorse che qualcuno ne aveva profanato la tomba.
Prese una vanghetta e sistemò il terreno, mise due fiori e poi continuò la distribuzione di pratoline sulle altre tombe, prima di andare all'hospitale ad aiutare.
La mattina dopo la tomba era di nuovo scomposta e così tutte le altre mattine che vennero. Catharina ne parlò con le altre donne:
- Sembra che l’Arciprete non voglia star sottoterra. Tutte le mattine è di quella…Hyeronimo de Minis poi mi ha detto che l’altra sera c’era la luce di una candela nella casa dell’Arciprete. Io penso che i ladri cerchino di portar via quel po’ che l’Arciprete aveva, anche il suo corpo.-
Isabheta de Bonis, già pallida, divenne cerea:
- Non sarà che sia ritornato per aiutarci? L’ho sentito io nel momento che rendeva l’anima al Signore pregarlo di farlo ritornare per aiutarci.-
- Se potesse essere possibile, non sarebbe male che ritornasse. Siamo rimasti solo con il diacono e quello pensa solo a far funerali. Non pensa a dire una buona parola ai moribondi, a fare la cerca per dare un po’ da mangiare ai poveretti.- replicò Catharina.

…..l’Arciprete era tornato, si muoveva nel buio della notte ed andava a fare la cerca nei campi non più coltivati: chi una volta zappava, ora o era morto o stava morendo.
Spesso raspava, zappava, seminava…
E’ merito del buon Dio” diceva la gente che vedeva spuntare qualche pianta, che trovava sulla finestra un pugno di orzo, due radici per sfamarsi il giorno dopo. Rigovernava le bestie, mungeva le vacche, che erano rimaste senza padrone.
E rimetteva a posto la lettiera. Con il latte faceva formaggi dentro a qualche casolare vuoto e poi li lasciava sulle finestre…

La gente taceva. Ognuno di loro pensava di avere un angelo protettore, l’aveva detta l’Arciprete alla Messa che tutti hanno un angelo protettore che aiuta nei momenti di angustia.
Non ne parlavano con gli altri, perché non lo voleva spartire con gli altri. E soprattutto non voleva spartire con gli altri quel po’ di cibo.
Qualche notte arrivava ai confini del paese e lasciava qualche cosa sulla finestra dei propri figli…comunque erano tutti suoi figli….
Ritornava da quelle visite con il viso inondato di lacrime:
- Signore, perdono, perdono. Il mio peccato si riversa sulle teste di questi putti…e di Maria. Signore, perdonaci, salva i nostri figli, loro non hanno colpa.-

Così per tutto il tempo dell’epidemia l’anima dell’Arciprete vagò per il castello e la campagna, cercando di aiutare e cercando di scontare i propri peccati.

Capitolo XII

Dopo la morte del diacono nessuno venne inviato a reggere la parrocchia e per ben due anni non venne segnato niente nel libro dei morti e nel libro dei battezzati, tanto meno in quello dei matrimoni.
Le visite per le benedizioni pasquali non venivano più fatte e quindi il libro delle anime si era fermato al 1630.
Ogni tanto passava un frate che si fermava a riordinare la parrocchia: battezzava i nuovi nati, celebrava i matrimoni, pregava sulle tombe nuove …
In genere erano fraticelli vaganti, che avevano fatto il voto di povertà, spesso non sapevano né leggere né scrivere, ma aiutavano come potevano i paesani e alla domenica dicevano la Messa.
Ora che l’epidemia era calata, qualche donna veniva alla Messa e poi poco a poco, quelli che erano sopravvissuti ritornarono alla chiesa a ringraziare il Signore dello scampato pericolo, e in cuor loro ringraziavano anche il loro angelo.
Ma nelle registrazioni della parrocchia c’era un grande disordine, e dire che le delibere del Concilio erano state tassative al riguardo: bisognava tenere annotato qualunque fatto riguardante le anime della parrocchia.

Allora l’Arciprete pensò che era ora di sistemare anche i libri dei battezzati, dei morti e dei matrimoni. Quello riguardante le famiglie era meno importante: la prima conta che il Cardinal Legato su ordine del Papa avesse ordinato avrebbe sistemato le cose.
Ma come fare per le altre rilevazioni? Nel 1634 era venuto un frate che sapeva leggere e scrivere ed aveva annotato i sacramenti da lui impartiti ai vivi e ai morti.
In questi libri quindi si passava dalle ultime rilevazioni del vecchio diacono, a metà del 1631, ad alcune del 1634 e poi più nulla.

L’Arciprete prese una decisione, voltò pagina e a memoria cominciò a riempire di dati i fogli.
Si ricordava i nomi dei vecchi parrocchiani morti dopo do lui, per forza, dormivano lì accanto.
I matrimoni li aveva visti, lui era sempre presente, in fondo alla chiesa a pregare per le nuove famiglie che via via si formavano dopo quell’anno di tragedia.
I bambini poi che erano nati, battezzati da qualche buon frate, erano tutti suoi amici. Nella loro innocenza lo vedevano e spesso, quando giocavano nei prati a rincorrersi, vedevano quel giovane prete che lasciava per un momento la zappa, radunava in vita la tonaca e correva con loro.
Poi costruiva per loro, con la paglia, delle palle da far rotolare sui prati. Per le femminucce, sempre con la paglia e i fiori costruiva pupazze.
Anche i bambini, quindi, avevano il loro segreto, nascosto tra i vestiti avevano o la palla o la pupazza: non se la sentivano di farli vedere a casa, avevano timore di venirne privati.
D’altra parte sentivano dire che quelle pupazze le facevano le streghe e i maghi, ma erano …così belli e divertenti.
Specialmente le pupazze che avevano i vestiti fatti di erbe selvatiche di colori diversi, gli occhi di sasso nero, la boccuccia era una paterlenga rossa e sul capo una coroncina di fiori di campo.

L’Arciprete aveva fatto due giochi in più, per i suoi bambini, e una sera li aveva lasciati sulla finestra: erano andati, quei giochi, a giacere insieme a quelli che la fantasia di Maria ogni tanto costruiva.

Aveva un cruccio l’Arciprete: avrebbe voluto insegnare a quei bambini a leggere e a scrivere, ma come fare?

 Capitolo XIII

 Nel 1634, verso la fine dell’anno, venne dato l’incarico ad un pievano di reggere la Chiesa, che era diventata anche Pieve ed aveva sotto di sé tutte le altre parrocchie del vicinato.

Il lavoro dell’Arciprete era finito, doveva ritornare dove il Signore l’aveva destinato.
Passò per l’ultima volta dalla sua famiglia, passò la notte a passeggiare per le stradine del paese.
Prima aveva vagato lungo le cavedagne della campagna e aveva salutato tutte le case e i loro abitanti.
Verso mattino varcò il cancello del cimitero….

Nelle giornate che seguirono Catharina trovò sempre la tomba in ordine e si mise il cuore in pace e ringraziò il Signore.

2004 - una vecchia ricercatrice, viene a scartabellare nell’archivio e scopre qualche cosa di strano nelle rilevazioni.

L’Arciprete ritorna e le fa sognare la verità…



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