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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - CRIMINI ALL'ATENEO (2^ puntata)

CRIMINI ALL'ATENEO (2^ puntata)

Di Angela Bonora (del 04/09/2005 @ 14:54:45, in Giallo-Nero, linkato 1240 volte)

Giallo

 

   questo è un giallo...

 


NATALE

Era vicino Natale e come al solito il corpo docente venne invitato in Rettorato per il rituale scambio di auguri con il Rettore e il Prorettore.
Era una kermesse fantastica. Non c’era docente femmina o ricercatrice che non sfoggiasse una pelliccia, nuova o vecchia che fosse, vera o finta.
Era una sfilata di pazzi animali vocianti su per lo scalone di rappresentanza. Anche qualche uomo portava la pelliccia. Chi poteva il Rolex d’oro.

Caterina non aveva niente di vecchio, niente di finto, aveva gioielli di grido, delle ultime sfilate di Bulgari o di Cartier. Il marito, che nessuno aveva mai visto, ma dicevano bello e palazzinaro, ad ogni ricorrenza le regalava un gioiello. Alle pellicce pensava lei utilizzando il suo stipendio. Lo stipendio le serviva solo per il guardaroba e le vacanze.
Quest’anno aveva un petit-gris che le arrivava sino alle caviglie, con ampie maniche con risvolto e sotto uno “straccetto”, come diceva lei, di seta bianca.
Era una pelliccia importante e lei la indossava bene: sembrava e si sentiva una regina.

Incontrò ai piedi dello scalone Agata. Beh il confronto era impossibile. Agata aveva la solita giacca di castorino tanto comoda anche per guidare. Aveva già quattro anni il povero animale, ma non li dimostrava. Agata era per natura ordinata e i suoi abiti erano impeccabili, magari fuori moda. Non scartava mai nulla che fosse ancora portabile. Comunque alla sua età e con la sua corporatura non avrebbe mai potuto indossare un mantello di Fendi come Caterina, ed era inoltre al di fuori della sua personalità sfoggiare abiti che rappresentassero uno schiaffo alla miseria. I suoi abiti dovevano essere confortevoli, adattarsi bene alla sua figuretta un po’ cicciotta ed essere di buon tessuto, che non si gualcisse facilmente. Non aveva aiuto in casa, eccetto una domestica per qualche ora alla settimana. Le piaceva, quando tornava a casa, sentirsi padrona, senza dover rendere conto ad una cameriera o ad una governante dispotica.

Caterina l’avvicinò e prendendola sottobraccio uscì con la solita battuta gratuita:
- Come sei elegante! E’ proprio bella quella giacca e ti sta da Dio! -
Agata la guardò. Doveva reagire, ma, come al solito, non era capace di essere graffiante e rendere pan per focaccia; d’altra parte non lo trovava utile:
- E’ sempre la solita. Tu, piuttosto, con questa pelliccia sembri una regina. Veramente bella.
Su andiamo ad inchinarci al nostro capo, sbrighiamo anche questo dovere istituzionale. Ho un po’ di fretta: sono aspettata ad una bicchierata con i miei studenti laureandi e laureati. -


Nella sala centrale del ricevimento il Rettore e il Prorettore aspettavano gli invitati, che, man mano entravano, rivolgevano loro gli auguri e poi si univano agli altri presenti. Si formavano gruppetti di persone, che avevano spesso solo quella riunione annuale per potersi incontrare, tanti erano gli interessi diversi.
In Ateneo era di rito un ricevimento classico a buffet e una sosta in compagnia per almeno un’oretta.

In altri Atenei invece c’era solo l’atto di presenza. I ricevimenti erano stati aboliti perché troppo costosi e i docenti avevano espresso il parere che non fossero sprecati denari.
Si diceva che in alcune Università vi fosse un albo per la raccolta delle firme. Ogni partecipante, dopo aver salutato le due autorità, apponeva la propria firma in un apposito libro posto su di un tavolino a lato dell’ingresso.

Agata quando venne a sapere di tale nuova usanza, con ironia aveva detto:
- Proprio come ad un funerale, beh muore l’anno. Ma quella firma mi sa tanto di una forma di schedatura. I bambini “bravi” vanno e firmano, dei “cattivi” non rimane traccia, ma ne faranno senz’altro un elenco “nero” per differenza. -

Il Rettore, vecchio signore, professore di filosofia a Lettere, era molto gentile e ci teneva a questi incontri. Si fermava nei vari gruppetti a scambiare qualche parola.
Si fermò un po’ più a lungo con Agata, che conosceva abbastanza bene perché la incontrava ogni mattina alla stessa ora. Lui, seguito da alcuni ricercatori giovani, aveva l’abitudine di passeggiare sotto al portico della sua facoltà. Era un classico: una passeggiata di peripatetici lungo i lati di un cortile quadrato, aperto, chiacchierando fitto fitto con i suoi allievi e seguaci.
Agata arrivava sempre alla stessa ora, parcheggiava al centro del cortile, e per un piccolo percorso trotterellava a fianco di quel vecchio alto e sorridente, per poi infilarsi, salutando, nella porta della facoltà. Rideva un po’ della mania del vecchio Rettore che si atteggiava ad Aristotele, ma lo ammirava per la serietà con cui affrontava il suo incarico e la disponibilità che dimostrava nei confronti di tutti per qualunque problema.
Non così il Prorettore che considerava un arrivista, un politico consumato ad ogni coalizione e ad ogni accordo pur di far carriera. Piccolo di statura, stempiato, con occhi azzurri di ghiaccio, stava eretto e con il mento sempre al vento. Era stato imposto al vecchio Rettore dagli avversari, come moderatore delle sue politiche buoniste. Sapeva far bene il suo lavoro, mettendo spesso il Rettore in minoranza. Si capiva che era in attesa di sostituirlo presto.
Ma il vecchio resisteva ed era al suo secondo mandato. I vecchi ordinari e gli associati, tutti, lo preferivano per la sua umanità e per quello l'avevano confermato nella carica.



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