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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - CRIMINI ALL'ATENEO (7^ puntata)

CRIMINI ALL'ATENEO (7^ puntata)

Di Angela Bonora (del 25/08/2005 @ 09:58:36, in Giallo-Nero, linkato 1479 volte)

Giallo

 

   questo è un giallo...che si complica

 



IL RICERCATORE

Da due ore era in biblioteca.
Il prof. Vittorio B. gli aveva indicato un argomento da studiare, ma non un accenno bibliografico.
Al solito, doveva aver letto o visto qualche cosa in TV ed ora aveva scaricato su lui il lavoro di compilare una nota al riguardo. Chissà se anche questa volta il suo nome sarebbe comparso con il solito trafiletto “Ringrazio il dott. Roberto C. per l’aiuto nella ricerca bibliografica”?
Ben diverso l’associato con il quale si era laureato. La sua tesi di laurea, di buona fattura, risultato di una collaborazione stretta con Paolo D. , era stata pubblicata a due nomi, il prof. e il suo. Le varie parti della pubblicazione erano state equamente divise e in calce alla prima pagina era scritto “Lo scritto é il risultato della continua collaborazione tra gli Autori, comunque Roberto C. ha curato particolarmente le parti 2, 3, 4 e Paolo D. l’introduzione, le parti 1 e 5 e la conclusione.”
Era molto importante che fosse specificato l’apporto degli autori allo scritto, ciò in vista di un concorso per titoli. In caso di non suddivisione l’autore di maggior prestigio otteneva tutti i meriti.
Non ce ne erano molti di prof. come Paolo . Era sempre stato onesto e quindi non aveva mai completato la carriera: l’ordinariato era una chimera, forse con il tempo....
Invece lui da bravo stupido arrivista aveva accettato le lusinghe di Vittorio B., pensando che, essendo molto avanti nella carriera, lo avrebbe potuto aiutare ad arrivare più velocemente.
Aveva, sì, ottenuto subito il posto da ricercatore a scapito di quella ragazzina, magra, tutta testa. Avevano valutato il secondo compito scritto del concorso a suo favore, scartando il lavoro delle ragazza, meglio preparata, con un lapidario ”fuori tema”.
Il tema era su un argomento che era pane quotidiano per lei, mentre lui lo aveva studiacchiato negli ultimi mesi: Vittorio B. gli aveva detto che il tema applicativo sarebbe stato su di un argomento favorevole a lei. Lui avrebbe insistito su tale impostazione, per far pensare agli altri due commissari che stesse appoggiando la ragazza.
Il gioco era riuscito e alla sera, alle 21, gli aveva comunicato il titolo del tema.
Ciò gli aveva permesso di compilare il tema con l’aiuto di vari testi.
Peccato, poi, che la mattina dopo non si ricordasse quasi niente di quello che aveva scritto la sera precedente e che si fosse dimenticato a casa i fogli scritti.
Ma....il diavolo....aiuta gli audaci ed era riuscito a scrivere qualche cosa di decente.
Ci aveva comunque pensato Vittorio B., durante la correzione fatta insieme agli altri commissionari con una lettura collettiva degli scritti.
Vittorio B. , come prof. più anziano, aveva letto a voce alta gli elaborati e aveva messo in evidenza le poche cose buone che lui era riuscito a scrivere e aveva affossato la ragazzina pigiando con livore solo su alcune frasi che si potevano interpretare in modo ambiguo.
“Fuori tema” equivalente a “non ammissione all’orale”.
Gli articoli che la ragazzina portava per l’orale erano una dozzina contro i suoi tre e non vennero presi in considerazione, mentre i suoi scarni e scopiazzati avevano fatto il bel tempo.
La ragazzina lavorava ancora con l’associato Paolo D., aveva poi superato un concorso ad un Ministero, non si ricordava quale, ed ora era in ruolo con uno stipendio di gran lunga superiore al suo.
E lui...accidenti....qui a cercare qualche cosa da scrivere per quel balordo, tronfio : ”Tutto so, tutto faccio” e poi lo fa fare a me.
Almeno ne sapessi di più potrei inviare qualche cosa a delle riviste per la pubblicazione a mio nome. Dovrei studiare di più, senza aspettare che quello mi spinga in un altro concorso.
Ma come faccio, fra lezioni, le sue che lui non fa, esercitazioni, che io devo fare, ricevimento studenti, correzione delle tesi, esami e non ultimo… “ricerca bibliografica per un argomento interessante. Vedrà che ne tiriamo fuori un buon articolo....”.

Il “lei” era di prammatica con Vittorio B.. Forse erano gli unici in facoltà che si trattavano vicendevolmente con il “lei”.
Mia madre dice che é giusto, più rispettoso e che anch’io mi devo far chiamare dottore o professore dagli studenti. Sono in una posizione di prestigio......

Macché prestigio, merda!
Rabbia continua con quel deficiente e più vivo con lui più divento anch’io deficiente.
Non imparo niente da lui, in più gli faccio da schiavo.
Ha ragione l’associato Paolo quando dice che i professori poco preparati preferiscono attorniarsi di allievi poco intelligenti e poco preparati per non sfigurare.
Ed eccomi qua nelle sabbie mobili dell’ignoranza senza una corda a cui appigliarmi neppure per impiccarmi.
Gli prendesse un accidente a Vittorio B., forse verrebbe un ordinario migliore.
A 35 anni comincio ad essere vecchio e non so ancora niente e non so andare con le mie gambe.
Vittorio fuma tante sigarette che forse un bel cancro ai polmoni gli viene prima o poi.....


I DOTTORANDI

Alba, Irene e Filippo erano amici da sempre. Avevano frequentato l’università assieme.

Allora la facoltà di Economia aveva tre corsi di laurea: Economia e Commercio, Scienze Statistiche ed Economiche e Scienze Statistiche Demografiche ed Attuariali.
Nell’ultimo corso aveva studiato Alba, mentre gli altri due si erano laureati nel primo.
Alba e Irene vivevano assieme in un piccolo appartamento. Durante l’intero corso universitario avevano diviso tutto: l’appartamento, le spese, le vacanze, una volta a casa di Alba a Reggio Emilia, una volta a casa di Irene a Ravenna.

Ma Alba di vacanze ne aveva sempre poche. Figlia di un contadino, morto di un tumore quando lei frequentava ancora il liceo, viveva con la madre, che faceva la domestica ad ore, e con la nonna paterna pensionata come bracciante agricola.
C’era poco da stare allegri.
Per non pesare sul magro bilancio familiare aveva fatto lavori saltuari di qualunque tipo: hostess alla Fiera campionaria, ripetitrice di matematica per gli studenti delle medie, dama di compagnia ad una vecchia signora, barista e quando andava proprio male andava a lavare le scale alla mattina alle cinque nei condomini.
In estate il lavoro era più bello perché poteva andare a lavorare nei campi all’aria aperta. Ma i libri erano costosi, costoso l’affitto dell’appartamentino, anche se si limitava su tutto.
La pasta era sempre stato il suo piatto principale insieme alle patate e al latte.
Per fortuna che, di natura, era sottile e quindi non c’era pericolo di prendere peso con tutti quei cibi.
Ora andava meglio: aveva vinto il concorso per il dottorato di ricerca in Statistica e quindi poteva usufruire di una borsa di studio mensile per tre anni, sufficiente per l’affitto e tutto il resto.
I libri erano acquistati dalla facoltà. Poteva così studiare con più tempo a disposizione, non come durante il corso di laurea.
Era sempre stata sommersa dall’ansia per la paura di non farcela a terminare la preparazione degli esami prima dell’inizio degli appelli, ma doveva anche lavorare.... Quante volte aveva sostenuto l’esame con la morte nel cuore: il timore di non riuscire a spiccicare parola pur avendo studiato (e capito) tanto.
Il tempo per lei era veramente denaro.
Ma ora, e per almeno tre anni, aveva una certa sicurezza. Poi c’era quel progetto della professoressa Agata G., che le aveva indicato un possibile stage presso una società di certificazione di bilancio a Londra. Non aveva ancora accettato perché il suo inglese era “schifoso” e in più, se un cittadino britannico le parlava un po’ in fretta, aveva la tentazione di mettersi a piangere, tanta era la sua impossibilità a capirlo.
Dopo sei anni di inglese scolastico non era un bel risultato. Molto probabilmente avrebbe accettato...

La sua coinquilina Irene era totalmente diversa da lei, forse per quello andavano d’accordo.
Irene aveva molte più possibilità, era figlia di un medico di Ravenna.
Studiava soltanto, ma con minor voglia. La voglia più grande erano gli uomini. Se c’era un bel ragazzo in circolazione, lei partiva all’attacco... e con successo.
Alba invece si metteva con un ragazzo piacevole, ma solo per amicizia.
Con lei nessuno voleva arrivare alla conclusione.
Secondo la prof. Agata, con la quale spesso parlava anche di cose intime, come con una mamma, ciò era dovuto alla soggezione che lei incuteva nei giovani.
Avevano paura di un rifiuto da parte sua, che sembrava più una modella che una studiosa.
E pensare che lei passava le serate a risolvere problemi di ottimizzazione nel campo degli investimenti finanziari, mentre sarebbe uscita volentieri con un bel “fusto” dalle mani un po’ “lunghe”.
Irene era meno problematica e aveva meno aspirazioni. Tanto per cominciare aveva quasi sempre il portafogli fornito e non si faceva scrupoli a spendere: in casa erano sempre disposti ad integrare il suo mensile.
L’importo della borsa di studio del dottorato in Scienze Amministrative era una piccola parte del suo budget personale. I vestiti glieli comperava sua madre.
Tutte le volte che veniva da Ravenna la portava in esplorazione nelle boutiques dei portici e ne uscivano con mille pacchetti di cose utili e futili. Poi quando la lasciava, per ritornare a casa, la mamma le lasciava un assegno:
- Caso mai tu avessi bisogno....-
Lo stesso faceva il padre tutte le volte che veniva.
Lo studio l’assorbiva relativamente. Era sempre riuscita negli esami, anche se aiutata da una splendida memoria e da Alba.
Lo scopo della sua vita era semplice: un bel giovane, dolce, che la coccolasse tutta la vita e che l’aiutasse a crescere non più di due figli. Fare la mamma, la moglie, la padrona di casa, magari di una casa in città, una al mare e una in montagna. In posti eleganti s’intende.
Alba quando parlavano sbarrava gli occhi a sentire tali aspirazioni di stile vittoriano.
Lei, nipote di braccianti che avevano partecipate alle lotte contadine della fine del ‘40, non poteva concepire una vita senza aspirazioni nel lavoro.
Aveva voglia anche lei di un affetto duraturo, ma la sua serietà e caparbietà ne facevano una persona inavvicinabile.

Anche Filippo, bel ragazzo biondo, alto, che aveva un debole per lei, si sentiva respinto da queste aspirazioni. Comprendeva che sarebbe sempre rimasto secondo nella sua vita. Filippo abitava in città, era figlio di impiegati statali: la madre alla ASL e il padre alle Poste. Avevano un discreto tenore di vita, ma il ragazzo cercava sempre qualche lavoro per integrare il proprio mensile, per permettersi una vacanza, una partita della Virtus, la sua squadra di basket.
Aveva vinto l’ammissione al dottorato di ricerca in Diritto per l’Impresa e si ingegnava molto nello studio. Due anni prima aveva ottenuto una borsa di studio per l’università della California e aveva passato un anno a perfezionarsi all’università di Los Angeles.
Al ritorno il prof. di Diritto Commerciale lo aveva preso sotto la sua ala e adesso faceva ricerca con lui. Aveva già al suo attivo tre articoli su riviste straniere in Diritto Commerciale comparato.
Spesso andava alla Sorbona a Parigi, per partecipare a seminari. Se le cose avessero avuto una prosecuzione logica il suo destino era un posto da ricercatore.

I tre giovani facevano praticamente vita in comune, i loro orari erano spesso combacianti e alla sera si trovavano e andavano al Cinema d’Essai per vedere vecchie pellicole in lingua originale. Possibilmente in francese, implorava Alba, grattandosi un orecchio o la fronte. Le sue allergie andavano di pari passo con la sua idiosincrasia all’inglese.


LO STUDENTE PUNK

E’ sull’autobus, attraversa la città per andare dalla nonnina.
E’ un rito settimanale, che si ripete da anni e che è diventato più frequente da quando anche lui, studente, naviga dalle parti dell’Università.
A vederlo con quei cappelli di mille colori, con quegli abiti tutti costellati di ferramenta, non si direbbe un tipo metodico e romantico. Ma la nonnina…è la nonnina.
Quante sere è rimasta vicino al suo letto, quando era bambino, per leggergli l’ultima favola…. Ora le favole se le legge da solo, anzi ne scrive anche di fantastiche…che non verranno mai pubblicate.

Chi lo guarda ora sull’autobus non vede sotto a quella mise pazzesca l’anima di uno scrittore, di un ragazzo affezionato ad altri, metodico nel suo fare.
Ma perché dunque si veste in tale maniera e si tinge i cappelli di mille colori?
Tante volte guardandosi allo specchio se lo domanda anche lui. E una risposta cerca di darsela, anche se rifugge volentieri la realtà…
Realtà…realtà.
Se lo vedesse la sua vecchia Tata direbbe subito :
- L’abito non fa il monaco. E’ inutile che ti nascondi dietro a quella mascherata. Che cerchi di dimostrare conciandoti in quel modo? Che sei differente dagli altri? Tutti siamo diversi, ci mancherebbe anche che fossimo tutti uguali, che la pensassimo tutti allo stesso modo, che volessimo tutti le stesse cose!-
E poi ridendo avrebbe proseguito:
-Pensa al bar, se tutti volessero lo stesso panino. …o tra i giovani tutti si innamorassero della stessa ragazza…Pensa la confusione e il senso di insoddisfazione.-

Ma realtà era puramente banale. Tre anni prima si era travestito da punk per una festa di Carnevale e si era divertito moltissimo ad assumere tale veste atipica.
Anzi si era sentito come protetto da quei vestiti.
Fondamentalmente timido, i panni pazzeschi che indossava erano come una maschera che lo proteggeva dagli altri.
In casa, sua madre soprattutto, non accettavano bene la cosa, anzi erano delusi: un figlio, che sino ai diciotto anni era stato sin troppo serio, eccolo lì …così conciato.
Tra suo padre e sua madre si era parlato anche di fare intervenire uno psicologo e poi il buon senso dei due aveva vinto il timore e, poiché quel ragazzo studiava, aveva principi buonissimi e saldissimi su tutto, si erano detti :
- Passerà! Anche noi da giovani abbiamo avuto le nostre bizzarrie.-

Infatti, man mano acquistava sicurezza nella vita e cambiava, consapevole di cambiare, intimamente, sempre più sentiva il bisogno di lasciare quella divisa.
Aveva già iniziato in un certo qual modo: gli stivaletti neri erano già stati sostituiti da un paio di anonime scarpe da basket che poco si intonavano con la mise punk, ma molto più comode, gli orecchini erano diminuiti di numero e spesso si dimenticava di darsi lo spray colorato ai capelli.
Comunque c’è sempre tempo per assumere una nuova veste e poi…se fosse cambiato da un giorno all’altro…allora sì che i suoi avrebbero avuto ragione a prendere un appuntamento con lo psicologo.

Troppo divertente il tutto… Ehi, chi si nasconde la sotto?….

L’autobus si ferma nella piazzetta antistante il fabbricato principale dell’Ateneo, il ragazzo scende, attraversa la strada ed infila la porta della Facoltà di fronte.



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