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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - Maria Teresa Coppola Orwell

Il lascito di Orwell per la lingua di Maria Teresa Coppola

Di Autori vari (del 05/11/2007 @ 12:19:07, in Saggi-altro, linkato 2393 volte)

 

INTRODUZIONE *

Il punto di partenza di questo saggio è stata la mia curiosità sul fenomeno del popolare programma televisivo Grande Fratello in Italia, Big Brother in Inghilterra.
Avevo già intuito che dietro il nome Big Brother si celavano sinistre implicazioni di uno stato-sorveglianza e ho voluto capire il cambiamento culturale che ciò comporta.
Un indizio mi era stato dato dal fatto che in inglese le parole bad e wicked adesso hanno il significato di good in certe situazioni.
Le mie ricerche mi hanno portato al creatore del Grande Fratello, George Orwell/Eric Blair.


Con la lettura della Fattoria degli animali e 1984 ci si rende conto dell’enorme patrimonio culturale che Orwell ci ha lasciato in eredità in questi due scritti visionari.
La parola Orwellian implica non solo la vasta eredità letteraria ed artistica dello stesso autore, ma racchiude in sè un messaggio politico legato al comportamento umano, in particolare, implica una sorta di avvertimento sui pericoli del totalitarismo.

La  tesi, da me compilata. inizia con un’analisi sull’ambiente dell’autore – la storia della sua famiglia, la sua scuola privata e Burma; per continuare sulle tracce che Orwell ci ha lasciato nell’uso della lingua, tema di questo saggio, lingua adottata da governi autoritari e come, da allora, l’allarme sia stato raccolto da altri scrittori, giornalisti e produttori di film.


Il lascito di Orwell per la lingua inglese in particolare e la lingua in generale

Diceva Orwell: “ il grande nemico di un linguaggio chiaro é l’insinceritá.”

Orwell percepí che con il collasso delle vecchie credenze e civiltá, anche la lingua era in estremo pericolo.
Non era l’unico a riconoscere questo.
Nel 1915 Henry James aveva scritto che “ la prima guerra mondiale aveva dato fondo alle parole, indebolendole cosí che si deteriorassero come i pneumatici di una macchina”.

Comunque Orwell ne parla molto di piú: va oltre.
Egli dice che il problema é circolare: “la nostra lingua diventa brutta ed imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma la sciattezza della nostra lingua ci rende piú propensi ad avere pensieri sciocchi.”
Anche altri avevano provato ad alleggerire il fardello di un linguaggio superfluo.
Mentre l’Esperanto cominciava ad emergere come lingua internazionale ‘per promuovere la pace e la comprensione internazionale’, nel 1930 C.K. Ogden inventava “Basic English”, una lingua ausiliare per la comunicazione internazionale.
“Basic English” era un acronimo per britannico, americano, scientifico e commerciale; era un linguaggio che consisteva soltanto di 850 parole che avrebbe fatto il lavoro di 20.000, dando cosí a tutti una seconda lingua o una lingua internazionale che sarebbe stata appresa dal principiante in poco tempo; 7 settimane contro i 7 mesi dell’Esperanto.
Winston Churchill fu uno dei tanti sostenitori.
Churchill dichiaró che il potere di controllare la lingua “ offre molte piú ricompense che portar via provincie o terreni alle persone o schiacciandoli attraverso lo sfruttamento.
Gli imperi del futuro sono gli imperi della mente.
Anche Orwell fu entusiasto del “Basic English”. Quello che piaceva di piú a Orwell era la sua semplicitá e l’apparente abilitá nell’abbolire il gergo . Alcuni pensano che l’apparente similaritá del Newspeak del libro 1984 fosse una parodia del Basic.
Al contrario, Orwell era preoccupato dal potere esercitato dal ministero dell’informazione britannica, per il controllo e la gestione delle notizie.
Fu questo aspetto che Orwell volle ridicolizzare con il suo Newspeak, controllato dal ministero della veritá.
Newspeak era un crudo strumento di manipolazione.
Cancellando parole dal vocabolario, Newspeak rendeva vecchi, problematici, concetti letteralmente impensabili; il suo vocabolario B, ad esempio era composto da ‘ parole deliberatamente costruite a scopi politici’: spesso crudi eufenismi, come campeggio allegro per campo per lavori forzati.

Newspeak nel racconto  1984 era ancora in via di sviluppo.
Compilando l’undicesima edizione del dizionario del Newspeak, il filologista Syme, del ‘dipartimento di ricerca’, dichiara a Winston Smith l’intenzione della sua creazione: ‘entro il 2050, forse prima, tutta la vera conoscenza dell’Oldspeak sará scomparsa. L’intera letteratura del passato sará stata distrutta.Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron, esisteranno solo nelle versioni del Newspeak, cambiate non soltanto come forma ma anche come contenuto, di fatto cambiate in qualcosa di contraddittorio a quello che erano.

Orwell al suo tempo non conosceva il nome “spin doctor”, un termine usato oggi per descrivere qualcuno che dà un' interpretazione favorevole di avvenimenti per i media, specialmente a favore di un partito politico e a discapito di un altro, ma certamente ha aiutato a portare alla luce queste persone.
Molti scrittori e giornalisti, oggi, hanno capito il punto fatto da Orwell e sono pronti ad identificare l’uso di Newspeak e Doublethink, riferendosi ad eufenismi e gerghi nei discorsi politici.
Uno di questi giornalisti é Robert Fisk del giornale The Independent.
In una recente intervista gli viene chiesta la sua opinione su parole come oggettivitá, giustizia, equilibrio e neutralitá nel giornalismo.
Fisk risponde:
“ guardando da una parte all’altra i quotidiani americani il servizio di cronaca sul Medio Oriente, é lamentevole ed incompressibile. Vengono introdotte parole semantiche per evitare controversie...Vorrei che i lettori rifiutassero i racconti della storia proposta dai loro presidenti, primi ministri, generali e giornalisti...sfidando i racconti della storia, o tenendo d’occhio i centri del potere.
Utilizzando una frase di Amira Hass, “dobbiamo rimodellare le nostre opinioni sul mondo liberi da cliché e dalle parole morte come ‘guerra al terrore’, ‘terroristi’, ‘terrore islamico’, buono e cattivo, loro e noi,’loro odiano la nostra liberta’, ‘democrazia’, ‘democrazia’ offerta/ricevuta da carri armati, spade e elicotteri Apache.”
Ed ancora: nel saggio “Politics and the English language” troviamo un ‘catalogo d’inganni e perversioni’:
‘ le parole democrazia,libertá, patriottismo, giustizia ognuna di loro ha vari significati che non possono essere conciliati gli uni con gli altri. Nel caso della parola democrazia, non solo non esiste una definizione precisa, ma ogni tentativo di crearne una incontra resistenza da tutte le parti.’

Per Orwell era chiaro che il declino della lingua doveva avere ragioni politiche ed economiche. Nonostante ció Orwell credeva che la rigenerazione politica fosse possibile:
 ‘...la sciattezza della nostra lingua facilita i nostri pensieri stupidi.’
Il punto é che il processo é reversibile. L’inglese moderno, specialmente l’inglese scritto, é pieno di cattive abitudini che si diffondono con l’imitazione e che possono essere evitate se si é disposti a prendere le misure necessarie.
Se ci si libera da queste abitudini, si puó pensare piú chiaramente, e ragionare chiaramente é il primo passo verso la rigenerazione politica.

Steven Poole nel suo attuale libro intitolato Unspeak discute il linguaggio politico della nostra epoca che prova a convertire la materia primaria di argomenti oscuri, idee che non possono essere ammesse esplicitamente, in slogan ‘utili’ per il consumo dei media.
Quello che non si può dire si converte in “dicibile” in Unspeak.
Dá degli esempi sui consigli dati al partito repubblicano americano riguardo al linguaggio corretto da usare per vari problemi.
Uno di tali documenti tratta di questioni ambientalistiche:
‘ la terminologia nel futuro dibattito ha bisogno di raffinarsi... é ora per noi di iniziare a parlare di ‘cambiamento climatico’ invece che di ‘riscaldamento globale’.... Per queste ragioni, una coalizione di compagnie petrolifere, con in testa gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, agli inizi degli anni 90, esercitarono con successo pressione sulle Nazioni Unite per cambiare il linguaggio ufficiale da riscaldamento globale a cambiamento climatico.
Poole commenta, ‘cambiamento climatico’ rimane utilmente vago sia sulle cause che sulle direzione di qualsiasi cambiamento possibile.

Ed ancora, l’orrore diventa meno forte con l’uso di un linguaggio burocratico, come quando parlando di un tassista ucciso a bastonate alla base aerea di Basra si disse ‘amministrazione ripetitiva di forza leggittima’.

Cosa avrebbe detto Orwell sulla Coca Cola, ‘il prodotto vero’ ,quando non é basato su nessun sapore reale, certamente non sul chicco di Coca?
O che cosa avrebbe notato nell’uso delle parole ‘T.V. reale’ per descrivere lo spettacolo che porta il nome del ritratto del suo demone, Il Grande Fratello?

In una pubblicita’ di una compagnia di assicurazioni in Norwich si legge:
Tu non puoi comprare la felicita’ ; pero’ puoi mettere una caparra su di essa.

Non c’é bisogno di essere Orwell per capire che lui avrebbe chiamato questo, un esempio di Doublethink.

Forse il piú grande omaggio e rispetto offerti al lavoro di Orwell derivano dalla sua scrupolosa attenzione nell’uso delle parore.
Il suo genio con le parole lo pone al di sopra di altri scrittori del suo secolo, in qualche modo dando voce al sentimento popolare, esponendo con vari tipi di letteratura, sempre con un occhio pronto a scoprire le implicazioni politiche, senza dimenticare i politici stessi.

La sua abilitá nello scrivere, da sola, ha permesso a milioni di persone fino ad oggi di appoggiare i loro sogni, le loro ribellioni sulle sue ‘commedie morali’.
Gli scrittori dappertutto, nel mondo, identificano velocemente le tecniche di newspeak/unspeak nei discorsi dei capi, nella guerra delle parole e nella ‘corettezza politica’ tra ‘Oceania’ ed ‘Eurasia’ mentre ‘Eastasia’si solleva da dietro le quinte.
Orwell cercava l’autenticitá nel pensiero e nel linguaggio.
La sua lotta instancabile perdurerá come ereditá per gli scrittori di tutto il mondo. Il segno, l’essenza di quest’uomo si puó ritrovare in quest’ultima dichiarazione scritta in Homage to Catalonia in cui ci avverte dei suoi preconcetti, della sua parzialitá e dei suoi errori.
Tuttavia, continua,

                       ‘ho fatto del mio meglio per essere onesto.’


CONCLUSIONE

La carriera di Orwell scrittore fu lunga ed ha spaziato dal giornalismo alle revisioni di libri.
La sua esperienza va da Eton al servizio in India, da alcuni brevi periodi come vagabondo a lavapiatti, da insegnante a contadino, da annunciatore a giornalista con la propria rubrica, a corrispondente di guerra.
Orwell deliberatamente cercò esperienze che gli procurassero materiale per i suoi scritti, ed ogni cosa che produsse è collegata agli eventi della sua vita.

Nella Fattoria degli Animali, Orwell scelse la forma di una ‘favola’, che ha un antica tradizione ed è da secoli riconosciuta come portatrice di messaggi, soprattutto morali.

1984 non è una favola ma un genere fantascientifico in cui si utilizza la finzione come veicolo, per la sua lunga e pianificata satira profetica e politica in quanto meno restrittiva, molto piú invitante e comprensiva. Ma fu la sua voce profetica?

Orwell predisse accuratamente tanto di ciò che si è verificato ai nostri giorni:
la conversione al sistema metrico, la deforestazione, la rottura del nucleo familiare, la distribuzione di droghe che danno dipendenza, la scomparsa di coloro che si oppongono ad un regime brutale, la degenerazione della lingua e in particolar modo l’agitazione di guerre ai margini delle potenze mondiali, invece che tra loro stesse.
Anticipò la lotteria con enormi premi settimanali. Inoltre mise in guardia dal pericolo che sarebbe potuto derivare da quelle istituzioni fondate propio per difendere l’individuo, ossia lo stato assistenziale, che avrebbe portato a lungo andare alla creazione di uno stato di dipendenza e all’intrusione nella vita privata degli individui, indebbolendone l’abilità a resistere agli assalti dei governi.
E oggi le Fattorie degli Animali sono, non le manipolazioni di un autore, ma le manipolazione nella vita animale per conto dei settori industriali e commerciali. Un interferenza non di genere letterario ma di genetica.

Gli scritti di Orwell hanno ispirato milioni di persone.
Il suo impatto crescente ed i suoi valori non sono tramontati, anzi sono stati usati come trampolino di lancio in quanto contengono implicazioni psicologiche e politiche che hanno applicazioni in molti contesti. La dipendenza dell’occidente dalla manifattura cinese ed il crescente potere economico della Cina potrebbero essere interpretate come l’alleanza tra Oceania ed Eastasia, quel mondo che, seppur sbagliato, George Orwell rappresenta in 1984, diviso in tre grandi superpotenze.
Geopolitica a parte, l’attenzione che Orwell riserva al linguaggio è di gran lunga più importante e oggi giornalisti sono pronti a identificare l’uso di Newspeak e Doublethink, riferendosi a eufemismi e gerghi nei discorsi politici. Per esempio “friendly fire” non è certamente amichevole.

Nel centenario della nascita di Orwell, Taylor scrive che ‘la potenza della creazione di Orwell sta nel fatto che lui riconosce ‘la crisi piu’ importante del XX secolo, ossia il declino collettivo dei valori religiosi (e tutto ciò che li riguarda, come l’immortalità). Con gli orrori delle moderne tecnologie di guerra, Dio non è più (ed è ancor più vero oggi) la misura delle aspirazioni e degli ideali della maggiopparte degli uomini in quanto ‘Dio’ viene sostituito da ‘le grandi cause nazionali.’ Sia che esse vadano sotto il nome di capitalismo o totalitarismo non importa, in quanto il loro obbiettivo è di diminuire l’uomo nella sua identità.
In questo caso Orwell ha esagerato nella descrizione dei suoi ‘nuovi dittatori’, ha santificato, per così dire, il demone nel suo ritratto del Grande Fratello.
Non ci dovrebbe sorprendere che 1984 e Animal Farm vennero scelti come libri di testo durante la Guerra Fredda. Faceva comodo all’occidente avere una figura da demonizzare per i loro piani politici. Attualmente, sembra che Osama Bin Ladin serva i propositi della politica estera statunitense tanto quando Emmanuel Goldstein serviva al Grande Fratello per giustificare i ‘due minuti d’odio’ e la continua guerra. Comunque è anche vero che la visione di Orwell è abbastanza negativa, in quanto l’individuo, Winston è ridotto all’impossibile, così Grande Fratello è concretizzato da Winston mancanza di carattere.
Noi seguiamo e demonizziamo Big Brother ma forse Winston è il vero criminale. Può, l’orrore dipinto nelle sue pagine, essere attribuito alla sua malattia?
Non dimentichiamo che Orwell stava morendo di tubercolosi quando scrisse le pagine finali. O può essere semplicemente ricondotto alla sua invenzione, in un accorato avvertimento al genere umano?
In Big Brother Orwell ha conseguito la più potente rappresentazione di uno stato autoritario con tutte le sue connotazioni di potenza assoluta.

E come ho detto nella mia introduzione, ironicamente, ‘ciò che è cattivo, oggi è buono.’ Alla luce di ciò, mi sorge una riflessione:
il ‘fenomeno mediatico’ Big Brother si rifà in parte all’antico concetto di Orwell con un’unica differenza: ‘i personaggi’ di cui ci parla Orwell nel libro 1984 non erano del tutto consapevoli di andare incontro ad un’annullamento della personalità e del propio passato. Al contrario, ‘i personaggi’ dell’odierno format televisivo fanno di tutto per entrare nella casa del Big Brother e vivere sotto una così invadente sorveglianza dimenticando e ridicolizzando così il messaggio originario lasciatoci da Orwell.

*Il saggio di Maria Teresa Coppola è il risultato degli studi per la sua tesi di laurea "Il lascito di Orwell per la lingua inglese in particolare e la lingua in generale" a.a. 2006/2007- relatore Prof. Halliday



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