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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - L'incrocio

L'incrocio

Di Marco Salidu (del 11/01/2010 @ 08:00:25, in Monologhi?, linkato 2444 volte)

                                                    A mia madre
                                              alla madre di tutte le madri,
                                                        a Madre Natura.

 La vacanza solitaria in montagna aveva prodotto qualcosa di insperato, attraverso le donazioni reciproche e le mie preghiere rituali.
Le riflessioni sulla natura generosa in determinati periodi, molto legata al nomadismo, furono illuminanti.
La natura si esprime e dona i suoi frutti sempre, ma solo in precisi momenti, in dati posti, e ogni stagione, ha i suoi luoghi, i momenti propizi da qualche parte del pianeta.
Occorre solo spostarsi, viaggiare, conoscere e imparare.

Vorrei andare oltre le difficoltà e le preferenze dell'epoca, concentrarmi sulla mia vera identità che spazia nel tempo, vita dopo vita, compensazione su compensazione.
Ognuno è individuo, unico, ma legato agli altri, a tutti, a tutto, ma specialmente ad una, volta per volta.
Certo, c'è un prima e un dopo, ma ogni momento, è il presente che merita di essere vissuto pienamente.
Non riesco a vivere come si deve, come Dio comanda, direbbe qualcuno, perché più che per la mancanza di coraggio, vivo un non tempo, e anzichenò, per la conseguenza delle azioni passate che richiedono ulteriori aggiustamenti.
Così, i sogni mentre dormo, e le allucinazioni percettive durante la veglia, mi aiutano a ritrovare la strada.
Qualche tempo fa, sognai uno strano personaggio.
Il sogno raramente dichiara le identità, ma spesso le fa comprendere in qualche maniera; sono più che sicuro fosse uno sciamano di pelle rossastra, che assumeva forme umanoidi, sessi, differenti.
Ero nella mia terra d'origine cui sono legato, chissà da quanto, in una casa, dove energie di ogni tipo confluiscono e per le quali, si narrano storie di fantasmi.
Una terra argillosa dove le acque salmastre ricche di metalli, non penetrano tra i vari strati, ma vengono trattenute, dove i canneti una volta si imponevano sopra le paludi, ospitando insetti, zanzare, malaria, dove agricoltori dilettanti bonificavano, talvolta vincitori, spesso sconfitti.
E' il tempo di cui non si vuole parlare, un'era semi-acquatica, “anfibia”, di cui probabilmente si hanno prove, ma di cui non si vuole narrare, un periodo che si manifesta e si manifesterà a prescindere.

Quando termina la fase rem, a veglia ordinaria oramai sopraggiunta, si assapora quella sensazione che solo nella dimensione onirica si prova mentre si vola, una percezione cinestesica di cui, la razza umana non dovrebbe aver memoria.
Per una serie di coincidenze, mi ritrovai ad assistere ad un concerto casuale, ad una fiera dell'artigianato, nel padiglione delle popolazioni indigene.
Irresistibilmente commosso per la purezza dell'espressione artistica di autori, che dal vivo forse, non riuscivano a rendersi pienamente conto, anche se un danzatore, riusciva a fermare la sua immagine di se, come se lo fotografassi, ed ogni volta, aveva uno sguardo severo, indagatore, sotto le piume e il copricapo di teschio umanoide, che la formalità di una guardia di un tempio sacro esigerebbe.
Acquistai un cd di musiche tribali del mondo, delle quali avevo una funzione mnemonica ancestrale.
Sentii una canzone con canti gutturali simili a quelli uditi nella mia terra, e pensai che il destino si stesse compiendo.
Il Destino si guida, fornisce redini ed istruzioni di conduzione, semmai, al contrario di quanto si pensi, non è qualcosa di già scritto, poiché si subiscono le conseguenze reali, in una sorta di parallelismo temporale, se non si segue il proprio talento e la propria passione.

Nel mio sogno, dovevo recitare un mantra in direzione del sole delle ore 12 del 21 giugno, rinchiuso in una stanza in penombra, dipinta di rosso, proprio in quella casa, proprio in quella terra, rossa per natura, colorata di rosso per artificio.
Il sogno era così vivido, pieno di particolari, e la vibrazione di quel canto ripetuto, era talmente intensa, che levitavo.
Quando finì, ricordai l'esattezza delle parole del mantra, e restai in attesa di ulteriori manifestazioni che non tardarono ad arrivare.
Ricordo che lo sciamano corresse persino la pronuncia:
"U-QUETAMAT-NANOO, U-QUETAMAT-NANOO, U-QUETAMAT-NANOO".

U-QUETAMAT-NANOO

Nacqui l' 8 giugno, ma poco tempo dopo, rischiai di morire, intorno al solstizio d'estate. Precisamente, non so come e quando cresca un'anima, come occupi il corpo, come maturi, in che modo e tempi, ma per cause a me sconosciute, il mio stomaco compromesso, non digerì il latte materno per diverso tempo, e i medici mi diedero per spacciato.
Mia madre non si arrese, pregò, cantò richiamando a se energie e divinità.
Sopravvissi.
Mi donò la vita per la seconda volta.
Per un individuo con un'anima già frammentata da una serie di eventi traumatici, per una giovane donna, seppur coraggiosa, che si sta emancipando, che vive in una società con una forma dominante maschilista, è veramente tanto.
Non si può agire per disperazione senza lasciare qualcosa di ineluttabile per la vita terrena.
E un sacrificio di se stessi, porta ad una parziale perdita di se, ad un ulteriore frammentazione, ancor prima del trapasso, troppo anteriormente.

Tempo addietro, un pittore lucido a singhiozzi, raffigurò due linee irregolari, che come fulmini nel cielo, si facevano strada.
Erano di colore diverso e si incrociavano su una piastrella bianca e quadrata.
L'artista disse che una, rappresentasse me.
Andrò nella Repubblica di Tuva, dove un obelisco segna l'incrocio di due grandi fumi. Visiterò la capanna dove gli Sciamani di una popolazione nomade, attori immemori,  recitano fiduciosi parti, in attesa che uomini arrivino, ed esseri umani, partano, nuovi.


(foto di Marco Salidu)  




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