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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - Parlo con mio padre

Parlo con mio padre...

Di Angela Bonora (del 10/03/2005 @ 03:20:33, in Narrativa, linkato 1473 volte)

Parlo....
Parlo con mio padre molto di più adesso, che non c’è, che quando era in vita.
Può sembrare strano, ma è così.
Mi soffermo spesso durante la giornata e parlo con lui.
Lui che era una persona calma serena, spesso taciturna, non si sapeva che cosa pensasse, oppure verboso quando qualche cosa lo eccitava e lo faceva narrare, ripetere i concetti nell’impressione che chi lo ascoltava non fosse interessato o non lo ascoltasse. In fin dei conti era un timido.
Ci assomigliamo io e lui. Assomigliamo, al presente, perché per me è una presenza costante nella mia vita.
L’altra voce che risponde ai miei interrogativi, che mi richiama nei momenti di rabbia.

Iniziò quella mattina di settembre, dopo quel sogno strano, che dapprima considerai orribile. Mi svegliai con un’impressione tragica dentro: avevo sognato che ero in attesa di un bambino e che stavo partorendo. Il parto era difficoltoso e c’era dappertutto tanto sangue, il bambino era nato, ma non doveva stare …lì. La levatrice, che ricordo come una forma bianca confusa, disse categorica che il bambino doveva ritornare da dove era venuto ed iniziò un strano rito per riportare il bambino all’interno del mio utero.
Non ero spaventata, la seguivo nelle sue mosse, come se tutto fosse inevitabile.
Rimasi seduta sul letto a pensare al significato del sogno, di regola mi succede quando faccio sogni particolari.
Non c’era in me voglia di un altro figlio, quindi il mio subconscio non era responsabile di quello che avevo visto. Non poteva essere altro che un messaggio: qualcuno doveva ritornare alle origini, qualcuno sarebbe morto, qualcuno della mia stirpe.

Dopo circa mezz’ora sentii suonare alla porta, era mia madre che mi diceva che mio padre si sentiva male. Ecco la spiegazione, sapevo tutto, non c’era niente da fare. Attraversai il pianerottolo comune e andai in camera da letto da mio padre. Era ritornato a letto dopo essere andato in bagno e diceva che si sentiva strano…
Telefonai al medico dicendo di venire subito. Ritornai in stanza, era diventato molto pallido, ma sorrideva e parlava normalmente. Sentii il polso e poi decisi di chiamare il pronto soccorso dell’ospedale vicino.
Chiamai mio marito e i miei figli perché lo salutassero un’ultima volta e ritornai nella stanza e gli presi di nuovo il polso, era ancora più lento.
Noi in famiglia abbiamo il battito cardiaco molto lento, ma quello era diverso. Non avevo paura.

Mia madre si disperava e si muoveva senza senso nella stanza chiedendosi che cosa fare. Rimandai i miei figli in casa nostra.

Io e lui ci guardavamo senza niente dire, una leggera carezza sulla fronte sia per affetto, che per sentire il calore e l’umore della pelle: era umida e fresca. Il polso rallentava, si sentiva la sirena dell’autoambulanza che si avvicinava sempre più e i battiti si affievolivano di continuo.
L’ultimo battito e suonarono alla porta di casa.

Quando il medico e gli infermieri entrarono era già tutto successo.

Io avevo partecipato con mio padre al mistero più grande della vita: la morte.
Dormiva sereno le labbra appena socchiuse, le palpebre abbassate, il viso sereno.

Il medico constatò il fatto e disse che un aneurisma aveva compiuto tutto.
Mia madre si disperava e non si dava pace: il giorno precedente mio padre aveva fatto un elettrocardiogramma ed era risultato tutto normale nei limiti di un uomo di ottantadue anni, avrebbe dovuto compiere gli ottantatre esattamente un mese dopo.
Non doveva morire così in fretta…”
Mia madre avrebbe forse sperato in una malattia che piano piano l’abituasse all’evento della morte. Non avevo piacere che mio padre mi avesse lasciato, ma non gli avrei augurato una morte lenta…

Arrivò il medico di famiglia e confermò la diagnosi del medico del pronto soccorso e stilarono il certificato del decesso. Poi diede a mia madre un calmante.
Io rimanevo presente, ma era come se non ci fossi, anch’io in quel momento ero in un’altra dimensione.

Telefonai a mia sorella.
Telefonai all’impresa di pompe funebri.
Telefonai perché un’infermiera lo venisse a vestire.
Decisi per le esequie.
Convinsi mia madre che non potevamo metterlo nella tomba di famiglia, che non era più agibile da anni….

Poi cosa feci? Perché non piansi? Perché non mi disperai? Perché non urlai?
Non volli entrare nella stanza dove era stato composto il feretro.

“Devi venire a vederlo” disse mia madre Ma non erano le parole che avevo già sentito da bambina quando morì la nonna? …..”Vieni a vedere la nonna che dorme” e rimasi impaurita per giorni, mesi, anni…e l’ho sempre ricordata con timore.
Non volevo ricordare mio padre come una cosa fredda, inerte, non volevo baciare quel viso di marmo, non era lui.

Fecero i santini, decisero per la foto, per la lapide e fu in bianco e nero, serio.

La foto che ho sul comò in camera è a colori, il viso sorridente sereno. E quel viso sereno ho continuato a vedere per giorni. Andavo fuori e lo vedevo lungo la strada sotto il portico, lo salutavo.
Ero in camera e lo sentivo vicino partecipe dei miei pensieri, lo interrogavo e mi rispondeva.

Il funerale.. fu un funerale.
Come deve essere un funerale? Bello?
“Quante persone, hai visto? C’era la ….? Come mai non si è visto …? Hai letto il necrologio sul giornale? E’ venuto bene.
Mia sorella piange, mia madre piange, io di marmo. Non so piangere a commando.
Quei fiori, lilium rosa profumatissimi sulla bara, che ci fanno?
Li abbiamo scelti io e tua sorella, invece di una corona”
Non riesco più a respirare l’odore di quei fiori.
Se mi trovo in un posto assieme a quei fiori svengo, sto male …eppure non piansi.

Dopo alcune settimane, ero per strada, ebbi un capogiro fortissimo e stavo per cadere a terra. Mi riposai su di una seggiola di una libreria, lì vicino, e poi continuai il mio cammino. Mia suocera stava male, stava lentamente morendo e tutti i giorni i miei figli, mio marito ed io ci davamo il cambio con mio suocero, mia cognata e la sua famiglia per assisterla in casa.
Poi ebbi la meglio nel consigliare insieme ai medici per un ricovero prima all’ospedale poi in clinica.
Sei dura, non capisci che privi mio padre della presenza di mia madre.”
“Dovete decidere se volete la morte di uno o di due genitori. Non vedete che lui muore ogni giorno che passa vicino a lei?”

Ero forte.

Una mattina mi alzai e il cuore diventò pazzo. Chiamarono un cardiologo, mi fece un elettrocardiogramma, mi visitò, parlò. Era solo tensione, stanchezza.

Anche mia suocera dopo quattro mesi morì. Non era venuta al funerale di mio padre, anzi è morta senza sapere che lui era già morto. Lei stava male dall’estate precedente.
“Se mia madre avesse fatto la fine di tuo padre sarebbe stato meglio. Quanto soffrire!” Un altro funerale, in una buia mattina d’inverno, l’altro era stato fatto con il sole in un pomeriggio di fine estate.

E nei miei pensieri un’altra persona si insinuò. Non con la stessa potenza del primo a me più vicino. Cominciai a parlare anche con lei. Anzi li prendevo entrambi a testimoni della mia vita.
Mio figlio aveva difficoltà ad inserirsi nel lavoro, mia figlia era stressata dagli esami: “Nonni, ma che fate lì? Insomma datevi da fare. Questi ragazzi hanno bisogno di voi, muovetevi!”
Non ti preoccupare verrà il loro tempo, non ti disperare”
“Perché la mamma si comporta così? Perché è così suscettibile? Non vede che cerchiamo tutti di renderle la vita più facile?”
“E’ sempre stata così, non può cambiare. Devi essere tu che devi sopportare. Io ho sopportato.”
“E’ per quello che spesso stavi tanto a lungo in camera?”
“Beh, no. Ma quando ero un po’ seccato era un buon metodo. Non era una fuga, ma un mezzo per riportare le questioni nel loro giusto equilibrio.”
“Ti ho visto raramente arrabbiato, solo, ti ricordi?, quella volta che eravamo andati al cinema e tu avesti paura di aver perso nella folla mia sorella e me. Tu e la mamma ci avevate superate ed arrivaste a casa prima, convinti che noi fossimo già arrivate. Fu buffo, mi presi un’ombrellata nel sedere. Non mi hai mai toccata.”
“Perché mi dicevi sempre di fare quello che diceva la mamma? eri veramente convinto che i ceffoni fossero una buona cura?”
“Forse ho sbagliato…”

.... “Dimmi sei veramente tu che mi rispondi oppure sono io che mi immagino che tu mi ascolti e mi rispondi? Le risposte sono come io le vorrei…”

“Fai tu…credi che io possa essere qui? O vuoi che io sia qui?”
“Si voglio tutto questo, ma spesso penso di vaneggiare e di immaginarmi tutto, comunque mi piace molto parlare con te. Anzi voglio scrivere queste nostre chiacchierate. Mi aiuti?”

……… E stamani una voce, che io non avevo evocato con le solite domande, mi ha detto “E’ tempo che tu scriva

….. ed ora finalmente piango, finalmente sono libera.
So che mi sei vicino, che ti sono vicina, che veramente io ho un contatto continuo con te.
Sono felice di essere stata presente quando tu hai lasciata questa dimensione.
Sono onorata del regalo che mi hai fatto quel giorno nel permettermi di essere presente, e nel togliermi la paura della morte.
Morte non c’è, tu ne sei la prova: c’è un’altra dimensione difficile da raggiungere.
Stamani ti ho domandato se ritornerai a rivivere e mi sono sentita sicura che il tuo tempo su questa dimensione era terminato perché il tuo modo di fare, quando eravamo assieme, era già sereno, era il modo di fare di chi aveva già capito …tutto.
Sono stata curiosa e ti ho domandata degli altri e tu hai detto che forse rivivranno, si vedrà….

Ciao, arrivederci PAPA’.

Io ho conosciuto, assieme a te papà, un’altra persona, buona, cara.
Oggi tuo nipote senza volere ha lasciato su di un mobile il suo ricordo……sarà stato il caso? oppure era stabilito che così dovesse essere….
Ho letto quello che ha lasciato scritto, perché fosse ricordato, e penso che io debba sempre ricordarlo e credo che il posto di quelle parole sia su questo foglio… d’amore:

 Venni dall’infinito
e all’infinito vado
avendo amato al mondo
con infinito amore

             C. L. E.



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