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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - I tre uomini più belli di B.

I tre uomini più belli di B.

Di Angela Bonora (del 10/04/2005 @ 16:22:40, in Narrativa, linkato 1505 volte)


 Uno era mio padre, gli altri, due suoi amici: il barbiere che aveva il negozio vicino al suo e il suo medico.
Si trovavano alla sera nel negozio di mio padre, all’angolo di due vie centrali della città.
Si incontravano quando il barbiere sapeva che difficilmente sarebbe arrivato un cliente per la barba o per i capelli e il medico quando aveva finito di ricevere i pazienti nell’ambulatorio nel palazzo di fronte.
Mio padre a quell’ora aveva meno clienti, tutti andavano a cena…e se qualcuno fosse entrato si sarebbe fermato ad ascoltare.

Erano incontri particolari. Arrivava il medico e si metteva con la schiena contro lo scrittoio che occupava un angolo della tabaccheria, dopo poco entrava il barbiere cantando in falsetto un brano d’opera e allora mio padre cambiava viso.

“Di quella pira l’orrendo foco…” faceva il barbiere piano piano
“Di quella pira l'orrendo foco
Tutte le fibre m'arse. avvampò!...
Empi, spegnetela, o ch'io fra poco
Col sangue vostro la spegnerò...
Era già figlio prima d'amarti,
Non può frenarmi il tuo martir.
Madre infelice, corro a salvarti,
O teco almeno corro a morir!…”
continuava mio padre piano anche lui quasi in falsetto e poi la voce usciva piena. Manrico era lì in negozio….
(Il Trovatore di Verdi)

Il dottore batteva il tempo con le mani alzate.
“Celeste Aida, forma divina.
Mistico serto di luce e fior,
Del mio pensiero tu sei regina,
Tu di mia vita sei lo splendor…..”

mio padre e poi sommessamente Bonazzi, il barbiere, continuava
”Il tuo bel cielo vorrei ridarti,
Le dolci brezze del patrio suol;
Un regal serta sul crin posarti,
Ergerti un trono vicino al sol…..”

(Aida di Verdi)

Verdi, ma anche Puccini, specialmente Tosca:
“E lucevan le stelle...
ed olezzava la terra...
stridea l'uscio dell'orto...
e un passo sfiorava la rena...
Entrava ella, fragrante,
mi cadea fra le braccia... “

e qui mio padre metteva tutto se stesso

”Oh! dolci baci,
o languide carezze,
mentr'io fremente
le belle forme
disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore...
L'ora è fuggita... E muoio disperato!
E non ho amato mai tanto la vita!
...”

Quando cantava la romanza di Cavaradossi a Tosca, nessuno lo fermava. Era un atto d’amore non solo a Tosca, ma un atto d’amore tra mio padre e Puccini.

Ma perché mio padre amava tanto la lirica?
La storia è un po’ lunga e datata: aveva appena otto anni quando con la guerra del 1915 - 18 divenne capofamiglia.

Allora solo i maschi potevano essere considerati “capofamiglia” e poiché gli altri due fratelli erano stati chiamati sotto le armi, era rimasto solo lui, orfano di padre, ed unico figlio maschio a “dirigere la famiglia”.
Si fa per dire, mia nonna, la maestra del villaggio, era una donna forte e rimasta vedova con due femmine e tre maschi, aveva continuato a dirigere la famiglia.
Aveva lasciato l’insegnamento e si era sostituita al marito nell’osteria-ristorante, nella bottega di alimentari, seguita dai due figli maggiori, ma la Grande Guerra glieli aveva portati via per servire la Patria e solo quel piccolino, ultimo nato, che non aveva quasi conosciuto il padre, si era dovuto prendere il nome di “capofamiglia” e le incombenze del capofamiglia.
Dovette lasciare la scuola, aveva solo la licenza di terza elementare, e mettersi dietro ad un banco, più alto di lui, a vendere pane, ad affettare salame e mescere birre ecc..

La guerra finì, tornarono i due fratelli.
Il più grande era stato colpito dai lanciafiamme ed aveva i polmoni bruciati e dopo poco se ne andò al Creatore, il secondo aveva un sogno: imparare a cantare, diventare un tenore lirico.
Mia nonna, tanto provata nella vita e negli affetti, non seppe dirgli di no e lo mandò a scuola, nella città, da una maestra di lirica tedesca, la migliore a quei tempi.
Furono anni di duro studio e quando fu pronto per il primo concerto tutta la famiglia era in ansia per il debutto…ma debutto non ci fu.

Malgrado la voce bellissima il giovane, che non era cresciuto troppo in altezza, si senti sovrastato dal palcoscenico e fuggi la sera stessa e mai più cantò.
Una bella carriera poteva essere, ma finì nel nulla.

Durante tutti gli esercizi, i vocalizzi, le romanze imparate a memoria come parole e musica, vicino al giovane c’era sempre stato un bimbetto, che non aveva finito la scuola, che non aveva mai giocato con gli altri bambini, ma che adorava sentire cantare il fratello.
Era mio padre.
Quel bimbetto divenne un giovane e domandò alla madre di fare scuola di canto, di completare la scuola sino alla quinta elementare, ma la madre amareggiata dalla morte del marito e del figlio maggiore e dall’esperienza con il secondo non disse altro che
Tu un lavoro lo conosci già, continualo, non cambiare per poi lasciare tutto a metà…”

E mio padre non andò mai a scuola di canto, ma tanto aveva già imparato…ed era molto bravo secondo il barbiere Bonazzi.

Dovete sapere che Bonazzi era forse il conoscitore di lirica più esperto della città, era capo della claque del Teatro Comunale e partecipava a tutte le rappresentazioni, conosceva tutti i maggiori tenori e soprattutto conosceva le opere e sapeva se un tenore valeva o no.
Quante volte l’ho sentito dire:
“Ma perché Nino, non lascia tutto e poi si mette a cantare?”
Troppo tardi. Ora ho moglie e figlie e poi sono ormai vecchio”.
Eravamo dopo la Seconda Guerra Mondiale ed aveva trentotto anni…e una splendida voce.

Oggi mentre ero a tavola ascoltavo un CD con romanze famose,…quelle che mio padre conosceva.
Mio padre conosceva intere opere ed aveva un bel fisico, un bel viso adatto al palcoscenico, non come mio zio, ed avrebbe avuto anche il coraggio….

E’ morto che i CD, con raccolte di opere, non esistevano ancora, solo dischi…
Se fosse ancora al mondo potrebbe seguire ancora quegli spartiti che l’avevano fatto tanto sognare da bambino….

Vesti la giubba e la faccia infarina.
La gente paga e rider vuole qua.
E se Arlecchin t'invola Colombina,
ridi, Pagliaccio... e ognun applaudirà!
Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto;
in una smorfia il singhiozzo e'l dolor...
Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto!
Ridi del duol t'avvelena il cor!”

(I Pagliacci di Leoncavallo)

http://www.giuseppeverdi.it/page.asp?IDCategoria=162&IDSezione=581

http://www.puccini.it/cataloghi/gplibr.htm

http://www.operaitaliana.com/opera_italiana/schedaopera.asp-ID=8&IDOp=28&Lingua=0.htm

 



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