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\\ Home Page : Articolo WEB-PAROLE.IT - Racconto: Il Ragioniere

Il Ragioniere

Di Angela Bonora (del 05/09/2004 @ 11:27:58, in Narrativa, linkato 1321 volte)

(questa novella è nata dalla collaborazione con Terry che non vuole essere citata, ma che conosceva il ragioniere)

Capitolo I

Arrivò battendo le mani tra loro. Fuori nevicava e i guanti di lana nera non riuscivano a mantenergliele calde.
Si tolse il cappotto grigio dal colletto di velluto nero. Lo scrollò dei frammenti di neve che vi si erano depositati sopra, malgrado il grande ombrello nero con il quale si era riparato. Con cura mise il cappotto sull’attaccapanni, lisciando le maniche perché non vi rimanessero segni di gualcitura, sopra pose la sciarpa grigia.
L’ombrello era rimasto fuori davanti alla porta, per non bagnare il pavimento.
Andò a prenderlo, prima lo scrollò all’aperto, poi lo portò nel bagno. Le ragazze avrebbero senz’altro protestato: il bagno era piccolo e l’ombrello grande. Ma lui, l’ombrello, non l’avrebbe mai lasciato fuori, l’aveva comprato da Barbetti e non era costato poco.
Il ragioniere era metodico e tutte le mattine arrivava in orario, un po’ prima degli altri impiegati. Ci teneva ad occupare con i propri effetti personali sempre lo stesso posto, non era mania, era ordine .
Alto un metro e sessantacinque scarso, tozzo di figura, gambe corte ed ampio torace, non si poteva dire bello anche se alla sua età, quaranta anni passati, aveva ancora tutti i capelli neri. Viso pallido, glabro e cicciotto, con occhi beige chiaro. Una figura a dir poco insignificante. 
Nel suo lavoro ci sapeva fare: diplomato a pieni voti era entrato nell’amministrazione della CBR appena a diciannove anni e lì era rimasto diventando capocontabile, con dieci persone sotto di lui.
Era interessante il suo lavoro, la ditta commerciava con l’estero le sue scatole di latta e cartone, contenitori per ogni occasione…dalla più piccola, grande quanto un’unghia di pollice, alla più grande, simile ad un baule per il corredo di una sposa. Anzi ne aveva la forma del baule ed anche il colore marrone con le cinghie in finta pelle scura.
Varie forme avevano quelle scatole e lui si piccava di aver suggerito qualche modello per il passato. Ora c’era un designer che preparava i progetti per i nuovi prodotti: 273 scatole diverse avevano in produzione oggi, ma i modelli che avevano collezionato in tutti quegli anni erano più di mille. Venivano spedite per lo più in Francia, Germania, Spagna. L’Inghilterra non era un buon mercato, loro avevano inventate le prime scatole di latta per i biscotti e non venivano certamente ad acquistare scatole in Italia.
Poco male, avrebbe dovuto imparare a parlare e scrivere in inglese, lui che parlava e scriveva correntemente in francese e tedesco.
Beh c’erano le signorine dell’ufficio che conoscevano l’inglese, nelle scuole odierne l’inglese va per la maggiore. Ma un bravo capo deve poter correggere il lavoro dei sottoposti e…a lui l’inglese non era mai andato giù. Poca grammatica, poche regole di sintassi a cui fare riferimento, molto meglio il francese e il tedesco.

Fra pochi minuti sarebbero arrivate le ragazze. Andò in ufficio e si mise a sedere alla scrivania, dopo aver controllato che il ripiano fosse ben spolverato: con queste agenzie di pulizia che usano oggi bisogna sempre controllare.

Capitolo II

Entrarono due ragazze scrollando i piumini pieni di neve e ridendo. Piano, un sussurro:
-Adesso vedi il ragioniere… La neve sul pavimento!…”signorine per favore, per favore, si insudicia tutto, prendete per favore un panno ed asciugate” … Sta sempre con gli occhi puntati a vedere che tutto sia in ordine: che borsa! -
-Ma va, che ti piace! Non dirmi che non ci hai mai fatto un pensierino. E poi è un buon partito. Dicono sia di famiglia nobile.
-Capirai…che mi porto quel bel tipo in discoteca! –

Arrivarono altre tre ragazze e poi due ragazzi e l’entrata diventò un completo cicalare: che hai fatto ieri sera? Come sta Giulio? Avete scopato stanotte? Che te ne importa? Maria mi hai riportato quel libro ? Debbo renderlo alla biblioteca….. e così via per mille argomenti i più disparati, …più numerosi delle scatole della Premiata Ditta CBR srl. “Premiata” così la chiamava il ragioniere, da quando un loro modello era andato su di un giornale femminile.

Alle nove erano tutti seduti ai loro tavoli attenti alle loro mansioni con il ragioniere che svolazzava da un tavolo all’altro, sculettante sulle gambe corte.
Si fermava ad una scrivania per suggerire una variazione in un documento, allungava quelle sue mani curate, bianche. Portava un anello per mano, quello alla sinistra aveva uno stemma. Ero lo stemma di famiglia con un grifone rampante.

Capitolo III

Quando era in vena il ragioniere parlava della sua famiglia. Soprattutto parlava della madre. Luisa o meglio Luigia. Sì perché la nonna l’aveva voluta chiamare Maria Luigia, nome importante, ma tutti in famiglia avevano optato per un semplice Luisa.
Alla madre avrebbe fatto piacere mantenere il proprio nome, ma non c’era verso, chi la conosceva la chiamava Luisa.
La madre era nata e cresciuta in una famiglia di un certo ceto. Aveva frequentato da giovinetta un collegio per signorine ed aveva imparato il bon ton. Parlava il francese, leggeva normalmente in francese. Era molto religiosa e andava spesso in chiesa, non alla parrocchia, ma nella chiesa metropolitana, si sentiva meglio dentro a quella grande chiesa.
La mamma suonava il piano, non le canzonette dei giorni d’oggi, ma le romanze ottocentesche, le ouvertures, la lirica, i valzer. Lui, il figlio, parlava ammirato della valentia della madre nel disegnare, nel ricamare. Tutte cose imparate al collegio.
Anche il ragioniere aveva fatto i tre anni delle medie in un collegio di religiosi. Lì aveva imparato pure lui a disegnare, la musica e la calligrafia.
Infatti potevi essere certo che se ti lasciava un appunto sul tavolo lo avresti letto facilmente: scriveva in corsivo chiaro, con ampi svolazzi. Una scrittura tutta uguale, pignola nella sua compostezza.
Suonava il piano abbastanza bene da essere stato reclutato dal suo parroco per suonare l’organo durante le funzioni in chiesa. Era orgoglioso di questa incombenza.
Il padre proveniva da una famiglia nobile decaduta. Così raccontava il ragioniere. I nonni avevano avuto una bellissima villa sulle colline
“…avete presente via Rossi? In fondo quando la strada si restringe, dove la siepe è più folta? Ecco dietro a quella siepe, nel parco dei nonni, io ho corso da bambino. “
“ Ma non si chiama Villa Talia?”
“ Sì ora, i nuovi proprietari, quelli che acquistarono dal nonno, erano i Talia.”
“Il nonno era figlio di un marchese, uno dei gradi più alti nell’aristocrazia. Il titolo viene ereditato dal più anziano dei figli, gli altri possono essere, su pronunciamento del re, nell’ordine di anzianità, conti, visconti, baroni, nobil uomini. Ma mio padre non ha mai preteso di fregiarsi di alcun titolo. Sapete? Il titolo senza beni, senza soldi non ha valore.”
“Come mai hanno perso tutti i soldi, i beni?”
“E’ una storia lunga e squallida: mia prozia, la sorella del nonno, si innamorò di un conte del napoletano. Un bellissimo giovane, a dire dalle frequentatrici dei salotti dell’epoca. Istruito, grande parlatore, elegante, amico di tutti.
Il fidanzamento durò lo stretto necessario, poi le nozze. Fastose le volle il nonno; era la sua unica sorella, affidata a lui come tutore. Le comprò una villa non troppo distante da quella di famiglia , comprò come dono di nozze per il marito, grande cacciatore, un casino di caccia. Munì la villa della mobilia più bella dell’epoca e affiancò alla sorella una governante per dirigere la casa e un gruppo di serventi, che lui pagava mensilmente. In più si impegnò a versare alla sorella un vitalizio sostanzioso, che si andava ad aggiungere alla rendita di due possessioni che la prozia aveva avuto in eredità alla morte dei genitori. Le due possessioni erano situate in pianura e procuravano un’entrata veramente buona, poiché erano coltivate a grano, canapa e vigna.
Per quattro anni tutto andò bene. Nel frattempo mio padre era cresciuto, aveva studiato agraria e si interessava con competenza dell’andamento dei terreni sia del nonno che della zia.
La zia Clelia cominciò ad andare prima dalla cognata a domandare denaro: la rendita non era sufficiente, i tempi erano cambiati, aveva due figli piccoli, e si sa che i figli costano…e così via. La nonna in un primo momento non disse niente al marito, le piccole somme che dava alla cognata le prendeva dalla propria rendita personale e non voleva accorare il marito, ma poi le richieste si fecero più forti, più insistenti e mandò la cognata a parlare con il nonno.
Clelia voleva vendere una possessione, il marito aveva già trovato l’acquirente. La somma sarebbe stata sufficiente per rimettere a posto le finanze famigliari e sarebbe poi servita per gli anni a venire.
Il nonno non era d’accordo, ma ora Clelia era in una nuova famiglia e la tutela su di lei e i bambini era dovere del marito, ma c’era qualche cosa in tutta la faccenda che dava da pensare: il conte non aveva mai parlato a lungo delle rendite nel napoletano e a quanto pareva il sostentamento della famiglia proveniva dalle possessioni di Clelia, dal vitalizio a lei intestato e dal mensile passato per mantenere la servitù. Il nonno domandò di parlare con il conte, ma egli si negò, non aveva tempo, doveva partire l’indomani, aveva un appuntamento d’affari, ecc.. Allora il nonno incaricò il proprio fattore, che era anche fattore delle possessioni di Clelia e che dirigeva insieme a mio padre tutti i beni, di fare un rendiconto delle entrate annue della parte di Clelia e di dare una previsione di bilancio per la famiglia.
Le rendite erano di molto superiori alle spese, dove andava allora il denaro? Il fattore di sua iniziativa interessò un avvocato della città, che aveva interessi anche a Napoli di prendere informazioni.
E qui venne il bello o meglio il brutto: il conte aveva una famiglia anche a Napoli, un’altra moglie con cinque figli, nessuna rendita, in più dedicava il suo tempo al gioco d’azzardo e alle belle donne. Si diceva che stesse per convolare a nuove nozze con una ricca ereditiera di Milano.
Il nonno saputo tutto convocò prima Clelia, che non volle credere neppure una parola detta dal fratello. Allora il nonno fece venire da Napoli tutta la prima famiglia, che alloggiò nella propria casa, la futura sposa milanese e poi invitò a cena Clelia con il marito e i bambini. Una lunga tavola, dove tutti erano parenti, ma c’erano troppe mogli ed un solo marito.
Il presunto conte appena vide le persone sedute attorno alla tavola sbiancò e poi fece per uscire. Il nonno lo prese per il colletto e lo scaraventò giù per lo scalone: è ancora là che scappa. Il guaio grosso doveva ancora venire: il conte aveva ipotecato tutti i beni delle mogli, che quindi non avevano più nulla, poi con firme false aveva emesso dei pagherò per una somma esorbitante per debiti di gioco.
Il nonno, perché il buon nome della famiglia non ne soffrisse, vendette buona parte dei suoi beni per onorare i debiti del cognato. Vendette anche la villa, la sola cosa che si salvò furono i gioielli della nonna. Lui, che da giovane aveva studiato da veterinario, cominciò a praticare la professione e andava dai propri ex fittavoli a curare le bestie e spesso veniva a casa con solo un cappone o un sacchetto di farina, perché allora di soldi nella campagna non ce n’erano e quindi si doveva accontentare di quelle cose in pagamento del suo intervento.
Mio padre riuscì a farsi assumere dal consorzio agrario provinciale e andò a selezionare sementi. A trenta anni si sposò con mia madre e stavano abbastanza bene, ma non avevano certamente le larghezze che si sarebbero potuto permettere se non ci fosse stato il fatto del conte.
Una cosa era rimasto degli antichi fasti, l’amicizia di tante persone, che avendo saputo tutta la storia, non avevano voluto voltare le spalle al nonno. Tra queste anche alcuni membri della famiglia reale: il nonno, la nonna, mio padre e mia madre venivano invitati nel casino di caccia dei reali e intrattenevano con loro corrispondenza.
Adesso è rimasta solo mia madre ed alcuni gioielli di famiglia: delle perle, un diadema, degli anelli, delle pietre preziose ancora da legare, ma poche cose.”

"E’ una bella storia” fece una delle impiegate, e poi si riprese “…ehm , volevo dire…, sembra un romanzo. Che peccato. Che imbroglione, chissà dove andò a finire?”
“In prigione per truffa, perché il padre della futura sposa milanese, prese la strada più corta: lo denunciò e fu arrestato e condannato. La prozia Clelia non ne volle mai più parlare e non volle neppure essere accennata nella causa. Temeva per i figli… Beh, ragazze, mi sembra che oggi si lavori poco! Colpa mia che vi narrò tutte le storie della mia famiglia”

Capitolo IV

 Il racconto sulla propria famiglia e di ciò che era successo nel secolo passato aveva dato la stura alle narrazioni del ragioniere. Non è che fosse cambiato: sempre lo stesso, con le sue manine effeminate, il viso liscio imberbe, la pancetta ben chiusa nel panciotto e nel doppio petto in inverno ed in estate, il panino ben incartato per il pranzo. Tutto uguale a prima, solo che ora ogni tanto arrivava con qualche cosa di nuovo.
Qualche cosa che riguardava i vecchi fasti della famiglia: un biglietto con il ringraziamento per gli auguri di Natale inviato al nonno da S.A.R. il principe Umberto, una piccola spilla con perle della nonna.
Un giorno arrivò con un sacchetto di daino grigio, radunò le impiegate e nel silenzio totale versò il contenuto sul piano della sua scrivania: una bellissima collana di perle a tre fili, sostenuti da una broche d’oro con un rubino, due smeraldi e tanti piccoli diamanti. La collana fece il giro al collo delle ragazze: era la sosta per il pranzo e quindi non era niente di sconveniente.
“ Ma sono tutte perfettamente uguali!”
“Sì, diametro 6, 6 ½ , e guardate il colore, nessuna differente”
“Ma lei la tiene così in un sacchetto?”
“No a casa sta distesa in una scatola di velluto grigio, l’ho messa in un sacchetto per portarla meglio”
“Bella, bellissima! Chissà quanto vale!”
“Non so, non mi interessa: è un ricordo di mia madre che l’ha avuta in dono dalla suocera il giorno delle nozze. Uno degli ultimi gioielli di famiglia.”
“Ce ne sono degli altri?”
“Calma, calma ragazze una cosa per volta”

Infatti poco per volta il ragioniere portò i beni di famiglia. Erano piccoli anelli, pietre ancora da incastonare, gioielli di non grande valore, ma chiaramente ottocenteschi o del primo novecento. Ma il suo trionfo lo ebbe il giorno che, dopo almeno tre mesi che non portava niente da vedere, arrivò con una scatola un po’ grossa e dalla forma rotonda. Chiamò le ragazze, che stavano mangiando i soliti panini del mezzogiorno, alla sua scrivania.
Aprì lentamente la scatola di velluto blu, rivestita di seta di un blu più pallido, e si vide appoggiato sul fondo un diadema di oro bianco tempestato di piccoli brillanti.
“Mia nonna portava questo diadema per trattenere il velo da sposa. E’ un regalo della Real Casa per il matrimonio: un cugino del Re era testimone dello sposo, mio nonno.”

Il silenzio regnava nella stanza. Questa volta le ragazze non ebbero l’ardire di toccare e provare il gioiello, lo guardavano solo, in completo silenzio.

Capitolo V

Era Natale e tutti pensavano come passare quei giorni di vacanza: l’azienda sarebbe rimasta chiusa per quattro giorni dalla vigilia di Natale, che cadeva in giovedì, sino al lunedì successivo.
“Io vado con Gabriele in montagna, speriamo ci sia la neve”
“Arriva mia sorella dalla Sicilia e tutta la famiglia si raduna”
“Debbo preparare la rappresentazione per il gruppo dei dilettanti, quest’anno recitiamo Natale in casa Cupiello. Faccio un po’ di tutto, le scene, le luci, il trovarobe, l’aiuto regista, e se manca qualche attore maschile…lo sostituisco come posso”
“Lei ragioniere dove va?”
“Ho un impegno proprio per la sera della vigilia e anche per il giorno di Natale e per Santo Stefano”
“Non ci dica? La fidanzata?”
“No sono solo…Sono impegnato con la chiesa per le messe cantate: suono l’organo. Questo anno poi monsignore ha deciso che prima della messa della mezzanotte ci sia un concerto: due organi, uno antico e uno moderno. Musica sacra del diciottesimo secolo eseguita in modo del tutto originale. Sono tre mesi che mi esercito con il mio collega.”
“E se venissimo a sentirla? Le dispiace? A messa la sera di Natale ci andiamo tutti gli anni, noi quattro. Una chiesa vale un’altra, ma un concerto d’organo così particolare mi attira. Cosa ne dite ragazze?”

E prima che il ragioniere avesse risposto, Valeria aveva coinvolto anche Anna, Cristina e Fiorenza. Alle dieci della sera sarebbero andate nella chiesa della Carità ad ascoltarlo. L’idea fu veramente ben accolta dal ragioniere e quella sera fu memorabile: non sapevano quanto fosse bravo.
L’omino tutto d’un pezzo, severo, con tante manie, era un concertista valente.
Era tutta una scoperta. Cosa aveva ancora di nascosto, di non detto?
Sì, la madre, non l’avevano mai vista. Anche quando dovevano telefonare a casa sua, la madre non veniva mai al telefono, solo il ragioniere o la cameriera. Eppure viveva con il figlio. Ne parlava spesso, la citava in continuazione:
“La Mamma ha detto…Ai tempi in cui la Mamma era giovane….Mia Mamma, quando andava alle acque a Montecatini…. “
Della Mamma sapevano tutto, ne avevano visti anche i gioielli, ma non l’avevano mai vista….

 Capitolo VI

Una mattina il ragioniere non era in azienda quando le ragazze e i ragazzi, così li chiamava, arrivarono.
Strano, veramente strano. Sarà in ritardo.
Ma alle undici non era ancora arrivato: telefonarono a casa, non rispose nessuno. Doveva essere successo qualche cosa, un tipo così preciso, così metodico.
Il giorno dopo non si fece ancora vedere. Telefonarono in fabbrica al titolare, non sapeva nulla.
Telefonarono di nuovo alla casa, niente. Erano spariti tutti? Lui, la madre, la cameriera? Era impossibile. Ritelefonarono in azienda e al monsignore della chiesa della Carità.
Il monsignore non sapeva nulla, lo conosceva solo perché lo vedeva tutte le domeniche all’organo e per le poche parole che scambiavano.
La madre? No, non la conosceva, andava alla chiesa metropolitana e nel periodo delle benedizioni pasquali, per una causa o per un’altra, non era mai in casa, c’era solo il figlio. E poi erano solo cinque anni che abitavano in quella casa.

Valeria, la più sveglia, rammentò che il ragioniere aveva detto che non aveva mai cambiato casa, da quando lavorava nell’azienda…I conti non tornavano…. Andò a scartabellare nelle cartelle dell’Ufficio Personale, che era sotto la sua responsabilità e trovò il fascicolo del ragioniere, risultava infatti sempre allo stesso indirizzo.
Come faceva monsignore a dire che abitava lì solo da cinque anni… Andò all’anagrafe, la ricerca riportò lo stesso risultato, Antonio Bianchi viveva da più di venti anni a quell’indirizzo.
Valeria non contenta, richiese lo stato di famiglia e qui le carte si imbrogliarono ancora di più, il ragioniere risultava celibe e costituiva un nucleo famigliare di una sola persona: lui. E la madre e la cameriera…. ?
Telefonò di nuovo in ufficio, ma il ragioniere non era arrivato neppure quel mattino, mancava già da tre giorni.

La solita Valeria, ora impaurita, capitanò una delegazione in avanscoperta verso la casa del ragioniere. Suonarono, ma nessuno venne ad aprire. Niente si muoveva dentro la casa.
Nel frattempo il titolare dell’azienda aveva incaricato il vice capocontabile di fare un’indagine nei conti dell’azienda, non si sa mai…anche la persona più fidata può fare un colpo di testa…
Valeria più umana e anche concreta, telefonò alla polizia, telefonò agli ospedali.
E la ricerca finì: tre giorni prima un uomo della stessa età del ragioniere, della stessa struttura, ma senza documenti, era stato trovato riverso in un angolo in fondo ad un vicolo nel centro della città. Era ora all’Ospedale Centrale, non ricordava il suo nome, aveva due costole rotte e un bernoccolo vistoso sulla fronte.
Secondo i primi accertamenti era emerso che era stato assalito, picchiato e derubato; aveva passata la notte nel vicolo, senza conoscenza ed era stato scoperto da un operaio mattiniero che usciva di casa per raggiungere una fabbrica della città vicina.

Valeria andò all’ospedale per vedere se si trattava del ragioniere. Lo riconobbe, ancora più piccino nel letto di acciaio con le sponde, gli occhi chiusi, serrati, quasi a volere chiudere fuori il mondo che lo circondava. Lo chiamò:
“Ragioniere sono Valeria, mi guardi. Che cosa è successo? Adesso si rimetterà e tutto ritornerà come prima”
Tremò tutto, ma non riaprì gli occhi.
“Ragioniere dove posso trovare sua madre, la sua cameriera? A casa non risponde nessuno”
Gli occhi ancora più serrati, ma stava ascoltando, così pareva a Valeria.
“Ragioniere, mi guardi per favore. Sono tre giorni che la cerchiamo.”
Non voleva sentire, non voleva uscire dal suo angolo, non voleva contatti.

Valeria andò a telefonare in ufficio, parlò con i dottori e con gli addetti del corpo di polizia di stanza all’ospedale. Lo riconobbe formalmente, ma non seppe dire niente della madre, delle persone che secondo lei dovevano vivere con lui.
Un giovane ispettore si recò alla casa che ora sapevano dove era situata, ma ritornò senza nessuna informazione. Fece fare ricerche della madre, sulla base dei ricordi di Valeria. Nulla.
Si richiese il certificato di nascita in base ai dati dell’Ufficio personale dell’azienda… Non esisteva madre nota: il ragioniere risultava figlio di ignoti, i documenti di lavoro non portavano indicazioni della famiglia e in azienda sapevano solo quello che lui aveva raccontato.
Data la situazione anomala, l’ispettore richiese al giudice un permesso per un sopraluogo nell’abitazione e volle che Valeria vi assistesse.
La ragazza si sentiva imbarazzata nell’andare nella casa, nell’andare a svelare i segreti di una persona, ma dovette cedere alle pressioni della polizia, soprattutto perché si sospettava un tentato omicidio.

Capitolo VII

La casa era come sempre l’aveva descritta il ragioniere: mobili antichi ben tenuti, tappeti, tendaggi, ordine.
La cosa strana era la composizione stessa della casa: un’entrata, un soggiorno, la cucina abitabile, il bagno ed una sola camera da letto con angolo studio. Negli armadi ritrovarono gli abiti del ragioniere, nei cassetti le sue camicie, le cravatte, la biancheria di un uomo.
E la madre?
Effettivamente non esisteva, come da certificato anagrafico.
Nella sala dietro ad un grande quadro trovarono la cassaforte che venne aperta da un tecnico della polizia. Dentro i gioielli, i biglietti della Casa Reale, che Valeria e le altre ragazze dell’ufficio avevano visto. Pochi altri documenti che raccontavano la storia di un bambino abbandonato in un brefotrofio, da dove era uscito per lavorare e studiare all’età di dodici anni. Niente che raccontasse di una famiglia. Oramai era assodato che il ragioniere era solo…

Valeria ad un certo punto ricordò la cameriera:
“Ma aveva una cameriera, dove è andata?”
“E’ sicura signorina che esistesse una cameriera?”
“Ho parlato con lei alcune volte al telefono e il fattorino l’ha vista due anni fa quando portava a casa dal ragioniere i documenti contabili giornalmente. Il ragioniere si era presa un’influenza e rimase a casa tre giorni e il ragazzo l’avrà vista almeno tre volte” Continuarono l’ispezione.
“Ispettore guardi qui!” era un agente che aiutava ed era con la testa dentro ad uno sgabuzzino.
L’ispettore e Valeria lo raggiunsero e rimasero impietriti: avevano ritrovata la cameriera.
Lì dritta con i suoi abiti ben stirati, i capelli ben pettinati e un bel sorriso stampato sulla faccia di plastica.
La cameriera con tutti gli attributi di una brava lavoratrice domestica, piumino compreso era là dentro, montata su di un manichino, la faccia ricoperta da una maschera di lattice morbida, in testa una parrucca bionda: una bella donna, un po’ grassotta, alta un metro e sessantacinque.

Capitolo VIII

Povero piccolo ragioniere, solo, senza nessuno con cui parlare quando ritornava dal lavoro. Quaranta e più anni di solitudine.
Si era creato nella fantasia una famiglia, un padre, una madre, dei nonni, persino una prozia ed un prozio un po’ disgraziato e ladro.
I gioielli risultarono acquistati da antiquari: nella cassaforte erano conservate tutte le fatture e i certificati di autenticità.
Si era creata una domestica, poco costosa e poco curiosa, ma comoda per sostenere in pieno la vita fittizia che si era costruita.

Valeria aveva un groppo alla gola, come poteva ora andare a trovare il ragioniere all’ospedale, ora che aveva frugato tra le sue cose ed aveva scoperto il suo segreto di persona sola?
Ecco perché non aveva detto il suo nome all’ospedale, sperava di poter uscire indisturbato e ricominciare la sua vita?
Un ladro, forse un drogato, con una botta in testa in una sera d’inverno aveva fatto crollare tutto il suo castello di carte.
Come avrebbe reagito, ora?
Bisognava stargli vicino, bisognava fargli capire che si può essere soli al mondo, ma avere tanti amici, perché tutti loro in ufficio lo stimavano e gli volevano bene, anche se qualche volta ridevano delle sue piccole manie.

Valeria si rimise il cappotto, salutò l’ispettore:
“Io vado, tanto qui non servo più. Mi raccomando rimettete tutto in ordine, non si deve capire che qui c’è stato qualcuno a curiosare. Anche se tutto è stato fatto a fin di bene.”
“Ma dove va? Aspetti l’accompagno”
“Ritorno all’ospedale. Tanto ho ancora dieci giorni di ferie da fare. Rimango là a fargli compagnia.”
“Ma è sicura di passare dieci giorni di ferie così?”
“E perché no? Tanto in casa mia non c’è nessuno, neppure una cameriera finta….”



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