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Alcune note sul Concilio di Trento

Di Angela Bonora (del 10/10/2004 @ 06:01:45, in Saggi-altro, linkato 1491 volte)


Durante la lotta di potere in Europa tra Impero e Papato si erano gia' levate voci contro la crescente corruzione del clero.

La Curia romana non seppe comprendere la gravita' della situazione e la corruzione continuo', malgrado le proteste che si erano già avute alla fine del XIV secolo e all'inizio del XV in tutta Europa. In Inghilterra e in Boemia la protesta si ampliò.

L’esigenza di riformare la Chiesa non era nuova, si pensi ai "movimenti pauperistici" medioevali, che predicavano il ritorno alla povertà evangelica. Anche l’Umanesimo aveva espresso esigenze fortemente innovatrici, in Italia e all’estero.

Sono da ricordare particolarmente Tommaso Moro che, con lo scritto “Utopia” (1518), richiedeva un radicale cambiamento di tipo politico-religioso ed Erasmo da Rotterdam che, con il " De Libero Arbitrio" (1524), si pronunciava a favore di un ritorno ai costumi evangelici e ai valori della tolleranza universale.

Agli inizi del XVI secolo, ad opera di Martin Lutero, iniziò una vera e propria rivoluzione religiosa in Germania che distrusse l'unita' del mondo cristiano.La vendita di indulgenze, lanciata da Leone X per la costruzione di San Pietro, che suscito' grandi resistenze e opposizioni, fu l’occasione per l’inizio di tale resistenza.

Lutero pubblico' contro questa iniziativa le celebri 95 tesi, che contenevano i cardini della sua dottrina. Le idee di Lutero si diffusero rapidamente, con ripercussioni politiche e sociali.

I principi tedeschi si ribellarono all'imperatore Carlo V, che, con la pace di Augusta, aveva resa ufficiale la nuova religione. Il popolo, in particolare i contadini, dettero luogo ad una rivolta negli anni 1524-1525.

Seguendo in parte il pensiero luterano, a Ginevra Calvino diede vita a un movimento religioso caratterizzato da una morale molto più accentuata. Il movimento calvinista si diffuse in Svizzera, nei Paesi Bassi, in Scozia e in Francia.
In Inghilterra Enrico VIII, in contrasto con il Papa, per motivi personali, si nomino' capo della nuova Chiesa inglese, detta poi Chiesa anglicana.

La rivoluzione religiosa del XVI secolo staccò quindi molta parte dell' Europa dalla Chiesa di Roma ma ebbe influssi anche in tutta Italia e portò a quel grande fatto storico che, sotto il nome di Controriforma, rappresentò la reazione della Chiesa.
In Italia la riforma ebbe numerosissimi seguaci sia fra i laici d'ogni ceto che tra gli ecclesiastici.

I principali focolai d' eresia erano nel nord e in specie a Firenze, a Ferrara, a Bologna, a Venezia, a Padova, a Vicenza, a Mantova, a Lucca, a Siena e a Napoli. Le idee luterane e calviniste si diffondevano nei circoli privati, dalle cattedre degli Studi, nelle Accademie.
Si leggevano libri importati dalla Germania, si discuteva intorno ad argomenti concernenti i dogmi e l'autorità della Chiesa.

Ferrara fu uno dei centri più importanti. La duchessa francese Renata d’Angiò, moglie di Ercole II d' Este, professava le dottrine calviniste. Donna colta amava circondarsi di persone che professavano più o meno i nuovi principi religiosi ed ospitava e favoriva tutti coloro che, perseguitati nella loro patria per avere abbracciato le dottrine della riforma, cercavano asilo nella sua corte o nel suo ducato. Maestri dei suoi figli erano amici di Lutero e professori di greco all'ateneo ferrarese. Alla sua corte erano ospiti Olimpia Morot, Leone Jamet, Antonio Paleario, Francesco Porto, il Flaminio, il Vermiglio, Fannio, Celio Secondo Curione e lo stesso Calvino, che sotto falso nome, era venuto a Ferrara.

L'attività degli eretici a Ferrara prese proporzioni così allarmanti che il Papa Paolo III invitò il duca a prendere energici provvedimenti. Da questi non si salvò neppure Renata d'Angiò, che fu chiusa con le figlie nel castello di Consandolo. Divisa poi dalle figlie, ch'essa amava moltissimo, per poterle rivedere si piegò alle pratiche del Cattolicesimo, ricevendo perciò i rimproveri di Calvino. Alla morte di Ercole II ritornò al culto calvinistico, ma fu bandita dallo Stato dal figlio Alfonso II.

Modena, che apparteneva agli Estensi, fu pure un centro attivo. Un'accademia di dotti, frequentata dal Sadoleto, dal Castelvetro, dal Sigonio, dal Cortese, dal Molza e dal Grillenzone, fu sciolta. Gli accademici, sospettati di eresia, rischiarono di essere scomunicati dal Pontefice e, sorvegliati attentamente dal duca, finirono con lo sciogliere le loro adunanze.

Padre Paolo Ricci, frate siciliano, che aveva acquistato gran credito presso il popolo modenese con le sue ardenti prediche, fu arrestato e condotto a Ferrara per essere sottoposto all'abiura, cioè all’atto solenne con cui avrebbe dichiarato di abbandonare una dottrina o credenza che riconosceva falsa, per passare alla dottrina cattolica che reputava vera.

I rigori del S. Ufficio si fecero sentire anche a Genova e a Bologna dove liberi pensatori e propagatori delle nuove dottrine si riunivano.
A Genova fu mandato a morte Bartolomeo Bartoccio e a Bologna il lettore all'università Giovanni Mollio, perché si erano rifiutati di abbandonare le idee professate.
A Venezia furono durissime le persecuzioni dei nuovi pensatori e nel solo secolo XVI vennero processati per dottrine eterodosse 1565 persone.

La medesima severità veniva esercitata nelle città di Padova, dove diffuse erano le dottrine luterane per il ragguardevole numero di studenti tedeschi che vi abitavano. Si giunse perfino a proibire il conferimento delle lauree a chi non avesse prima fatto professione di fede. Fra coloro che a Padova abbracciarono l'eresia sono degni di menzione Pietro Vergerio, che, dovette fuggire in Svizzera, Bernardo Tomitano, che venne processato dall' Inquisizione e Pomponio Agerio da Nola, che dal S. Ufficio in Roma fu condannato al rogo.

A Rovigo venne sciolta l'Accademia degli Addormentati perché divenuto focolaio di eresie; il S.Ufficio di Udine dal 1551 al 1599 pronunciò quattrocentoquattro sentenze e molto più numerose furono quelle pronunziate dagli inquisitori di Vicenza, dove le nuove dottrine, portatevi dal mantovano Fulvio Pellegrino Morato, avevano messo salde radici nell'Accademia.

Numerosi seguaci della riforma si trovavano nelle città della Toscana: a Firenze la prima vittima dell'inquisizione fu Girolama Buonagrazia; a Lucca, dove si chiedeva oltre alla libertà politica anche quella religiosa, fu istituito un Ufficio della Religione estremamente rigoroso contro i sospetti di eresia; a Siena le idee riformiste si erano diffuse ad opera di Lelio Soccini e la setta dei suoi seguaci i socciniani fu perseguita dagli inquisitori.

Nell' Italia meridionale le dottrine luterane erano diffuse, specialmente a Napoli, dove diedero origine alla setta valdese, che aveva preso il nome da Giovanni Valdes, segretario del vicerè. Ebbe molti discepoli provenienti da varie parti della penisola e tra questi spiccano i nomi di Galeazzo Caracciolo, il Mollio, Giulia Gonzaga e l'illustre poetessa Vittoria Colonna.

Le dottrine dei valdesi fecero insorgere don Pedro de Toledo, che tentò di istituire l'Inquisizione di tipo spagnolo, dopo aver fatto bruciare una grande quantità di libri e ordinato la chiusura di tutte le accademie.
Ciò portò all'insurrezione del 1547 e alla reazione del Papato. Se il Papa e i Cardinali, accortisi del diffondersi del protestantesimo in forma massiccia anche in Italia, non avessero reagito vigorosamente, è lecito supporre che anche in Italia, malgrado il terreno poco propizio, la riforma religiosa avrebbe col tempo trionfato.

L'azione del Papato verso la riforma fu dapprima molto incerta, irresoluta, a volte imprudente e contraddittoria. Quando il dissidio con Martin Lutero poteva esser facilmente sanato, fu invece irreparabilmente aggravato dai colloqui del cardinale di Gaeta e del dottor Eck; poi venne la scomunica lanciata da Leone X, che fece precipitare gli avvenimenti.

Il Papa non volle sapere di convocare un concilio e di riformare la Chiesa allo sbando e quelli che lo seguirono, Adriano VI e Clemente VII nulla fecero, malgrado le sollecitazioni dell’Imperatore Carlo V. Rimediare completamente ai danni prodotti dalla politica papale precedente era un’impresa ardua, Paolo III, liberale, intelligente ed energico, tentò di fare una riforma interna e convocò finalmente il concilio; ma quella non fu sufficiente né del resto venne creduta sincera per l’assenza dei protestanti e non si ebbe quindi nessuna conciliazione.

Il Papa si era comunque circondato di uomini efficienti e di altissimo sentire, dando la porpora a persone di grande ingegno e pietà quali il Contarini, il Sadoleto, il Polo, il Caraffa, il Gilberti, il Fregoso e a parecchi altri. Ecclesiastici di mente aperta sapevano dove stava il male e quali erano i rimedi e non ebbero paura di manifestare le loro opinioni, che in certi punti erano così pervase da spirito di modernità da potere esser condivise dagli stessi protestanti.

Il Contarini, ad esempio, scriveva al Pontefice che tutto il male era derivato dall'aver voluto i Papi rendere assoluta la loro potestà, che invece " dovrebbe essere una dominazione della ragione, fondata cioè sulle regole della ragione, dei precetti divini e della carità, non sull'arbitrio e la volontà di un solo" Con l'aiuto di questi porporati, Paolo III attuò parecchie riforme; riformò la Camera Apostolica, la Sacra Rota, la Cancelleria e la Penitenzieria, e tentò di venire ad una conciliazione con i protestanti, prima servendosi del Vergerio, poi del cardinal Morone, infine del Contarini, che, per ordine del Pontefice, partecipò nel 1541 al famoso colloquio di Ratisbona, dove poco mancò che non si giungesse alla sospirata conciliazione.

Un primo concilio era stato convocato nel 1537 a Mantova, da Paolo III, ma date le condizioni politiche d'Europa non si era riunito; fu riconvocato per l'anno seguente. La Germania si oppose contro di esso e le lotte tra la Francia e la Spagna fecero sì che la convocazione venisse rimandata a tempo indeterminato.

Fu ancora una volta convocato a Trento per il 2 novembre del 1542, ma, per lo scarsissimo concorso di prelati, fu sospeso il 6 luglio del 1543, riconvocato l'anno dopo e finalmente aperto il 13 dicembre del 1545, sotto la presidenza dei cardinali Giovanni Maria Dal Monte, Marcello Cervino e Reginaldo Polo.
I protestanti, a Worms nel 1545 e a Ratisbona nel 1546, rifiutarono di partecipare al concilio, il quale divenne così un concilio prettamente cattolico, quindi unilaterale e la parola "concilio" perdeva ogni significato.
Uno dei primi decreti conciliari fu quello che dichiarava indispensabili alla dottrina cattolica tutti i libri della Bibbia e tutta la tradizione ecclesiastica.
Accettando la tradizione, i fedeli venivano costretti a riconoscere le decisioni dei precedenti concili e ad accettare tutte le dottrine della Chiesa e la gerarchia romana.

Paolo III, accortosi poi che Carlo V ispirava il clero tedesco per influire a suo vantaggio sulle decisioni e poiché a Trento era scoppiata un'epidemia, fece votare il trasferimento del concilio a Bologna, città dello Stato pontificio, nell’11 marzo del 1547.
Carlo V proibì ai vescovi suoi partigiani di partecipare al concilio nella nuova sede; le provvisorie concessioni fatte dall' Imperatore ai protestanti di Germania, la morte di Francesco I che privava il Pontefice di un forte alleato costrinsero il Papa il 17 settembre 1549 a sospendere nuovamente il concilio.

Fu poi Giulio III a riconvocarlo a Trento per il 1551 sotto la presidenza del cardinale Marcello Crescenzio Romano, ma, continuando i dissidi con l'Imperatore e persistendo i protestanti nel rifiuto di prendervi parte, il concilio fu nuovamente sospeso nel 1552 e solo dieci anni dopo fu convocato per la terza volta, di nuovo a Trento, da Paolo IV.

Dopo parecchi mesi di inutili dispute, per merito dell'opera accorta del cardinale Morone fu vinta l'opposizione del partito imperiale e il Papa, affrettati i lavori con la nomina di tre commissioni contemporanee, riuscì a chiudere il concilio.

Importante fu il riconoscimento che le decisioni del concilio avrebbero avuto validità soltanto dopo l’approvazione del Papa.  Raccolte nella Professio fidei tridentinae, esse furono infatti approvate e pubblicate da Pio IV il 13 novembre 1564. In tal modo il concilio ribadiva solennemente il tradizionale ordinamento gerarchico della Chiesa, culminante nella indiscussa ed assoluta autorità del pontefice.
I processi verbali vennero firmati da duecentotrentaquattro tra cardinali, vescovi, generali di ordini, abati e procuratori e i decreti (Decreta Tridentina) furono approvati e promulgati dal Pontefice.

Grandi furono i contributi e modificazioni che le decisioni del concilio di Trento apportarono alla Chiesa e al Papato.
Esse diedero una saldissima costituzione al Cattolicesimo, precisarono i dogmi, diedero norme perché cessasse la corruzione del clero, consacrarono l' invocazione dei santi e il culto delle immagini e delle reliquie, diedero libertà alla Chiesa di distribuire le indulgenze e infine accrebbero straordinariamente l'autorità del Pontefice.
Il Papato, che era sul punto di crollare del tutto, venne sapientemente ricostruito; non fu più possibile perciò che le nuove idee ne scalzassero le credenze; anzi il protestantesimo venne ricacciato dal mezzogiorno dell' Europa verso la parte settentrionale.

La dottrina della Chiesa di Roma fu decisa, si stabilì di non fare alcuna concessione al protestantesimo, per non lasciare qualche dubbio insoluto e non dar così motivo, alle nuove idee di infiltrarsi ancora nel cattolicesimo.

Due furono le correnti che si scontrarono nel concilio e che finirono poi per convergere: quella che tendeva a porre in primo piano le riforme morali e disciplinari e quella che intendeva accantonare questi problemi per dare al concilio la funzione esclusiva di pronunciare una condanna contro le dottrine protestanti.
Il concilio riuscì a realizzare un compromesso tra i sostenitori delle due posizioni e a raggiungere un orientamento unitario. Furono confermati, secondo la tradizione, il numero dei sacramenti e la loro efficacia; l’interpretazione ufficiale delle Sacre Scritture fu riconosciuta come la sola valida, contro la teoria del libero esame.
La riorganizzazione dei vecchi ordini religiosi e la normalizzazione delle nuove congregazioni, l’obbligo della residenza per i vescovi, la riforma dei costumi del clero secolare, la costituzione dei seminari completarono ampiamente il tutto.

I decreti tridentini costituirono le basi su cui per i secoli successivi doveva reggersi l’edificio della Chiesa di Roma,  il Concilio ribadiva solennemente il tradizionale ordinamento gerarchico della Chiesa e l'importanza politica dello Stato Pontificio.

La restaurazione cattolica quindi si svolse su due piani: l’uno puramente repressivo, della Controriforma; l’altro, di una Riforma Cattolica che, mostrando i principi si propose l’obiettivo di risvegliare le energie del mondo cattolico e di impegnarle a fondo nella difesa della fede della Chiesa. La vastità stessa del piano di rinnovamento strutturale, concepito a Trento, fece sì che l’opera riformatrice richiedesse un secolo e più.


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