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Un ponte sul fiume

Di Marco Salidu (del 18/08/2010 @ 12:25:53, in Narrativa, linkato 2422 volte)


 

Avrete esperienza di qualcuno che parla senza ascoltare, o di una o più volte, in cui avrete certamente ignorato, magari involontariamente, l'interesse del vostro interlocutore.

 

 

Ebbene, esistono modi comunicativi che si apprezzano solo dopo la dolce maturazione degli anni, e fervono esigenze che esulano dall'armonia, bensì, tendono a rompere quella calda e avvolgente quiete, per innovare e passare ad altro livello, superiore forse.
D'altronde, l'evoluzione è fucina di traumi, e persino la nascita è un evento sconvolgente. Ci conoscemmo prima virtualmente, scrivendo su un forum di un sito-web che promuoveva l'eco-cultura, poi di persona, e tutti, nonostante la velocità caotica degli episodi, sentimmo una particolare energia, che si nutriva di quell'incontro e di quelle unità.

In quel periodo ero ancora attratto da coloro che apparentemente dimostrano di sapere come stare al mondo, che ostentano una sicurezza che col tempo, si dimostra soventemente ridicola.
La paura mascherata da una certa arroganza, che io, invece di aborrire, come sarebbe normale per la mia natura caratteriale, così anarchica e lungi da ogni forma di dominio ammiravo, forse perché le formalità sono come bolle che presto collidono e scoppiano, senza che questo dispiaccia, anzi; per cui osservavo favorevolmente uno sproloquio che allontanerebbe qualsiasi seguace del galateo.

Ascoltavo ammaliato, fiumi di parole vacue, che prive di senso critico e senno, si riempivano lentamente di emozioni e di una sapienza ancestrale che prima o poi illumina tutti.

Mi succede ancora adesso di ammutolirmi, ma più per evitare di giudicare intimimamente e troppo severamente, chi si esprime fagocitando certezze dimenticando di interrogarsi sinceramente sulla realtà e sulla verità.

Eravamo insieme ad una festa popolare, attorno ad un tavolo di legno, quando cominciai ad avvertire il bisogno, che comunque celavo, di esprimere il mio disagio, perché percepivo come contradditoria quella strana sensazione di pericolo, che si faceva strada tra percorsi euforici, chimici ed emotivi.

Qualcosa mi disturbava, forse i comportamenti schizofrenici, e non capivo perché la mia critica verbale fosse così repressa e si palesasse solo per stupide questioni, di cui tra l'altro, non conoscessi abbastanza.

Andai via turbato e mi manifestai nei giorni a seguire, litigando con lo schermo del computer su ogni discussione virtuale, percuotendo freneticamente la tastiera.
Da lontano si ha più coraggio, oppure la mente retroalimenta pensieri ripetitivi, che senza intermediatori, si riciclano come aria viziata, o forse per aver accumulato risentimento, esplodono.

Come sostengono alcuni presunti luminari della psicologia, l'essere umano non può vivere nella colpa, per cui mente e finge fino a credere alla menzogna.
Nessuno è colpevole, si condanna l'altrui con riprovevole intolleranza, e si giustifica il proprio, con amorevole compassione.
Smisi di mentire e mi consegnai alla sentenza: colpevole!
Si lo sono, e persino incurante, sprezzante, e lo vedo ogni volta, immediatamente a posteriori, senza il desiderio di giustificare.
Sarà uno scompenso neuronale, ma è così, mi vedo.
Ogni tanto mi vergogno, poi, con l'imbarazzo mi sciacquo il ventre e le viscere.
Rimane l'esigenza di riparare ai danni arrecati soprattutto, e comprendere, affinché non si ripeta.

Ci incontrammo nuovamente, più volte, riconciliati ed entusiasti.
Una volta, dopo una cena vegetariana, provai ad inserire frasi in alcuni discorsi vissuti con fervore, e mi interrompevo, aspettando invano che qualcuno chiedesse di continuare.
Mi resi conto che ognuno parlava per se, e sentiva ciò che voleva o che poteva.
Non era solo l'effetto dell'alcool, ognuno di noi era troppo immerso nel suo se, nel suo universo tragicomico.

Alla fine della serata, ci recammo in un paese ottocentesco, patrimonio dell'Unesco.
I lampioni di ferro battuto lavorati a mano, in modo impeccabile, illuminavano ai bordi della strada, una fabbrica dismessa divenuta museo, con le sue torri, simboli fallici, che evidenziavano la forza peculiare di quella fondazione antropica, nata per dare alloggio ai lavoratori.
Proseguimmo su una strada che divideva file di cipressi che portavano ad un cimitero monumentale.
Un cielo plumbeo e una strana nebbia, rifletteva il blue della luna, distorcendo la percezione della stagione estiva.

Sentimmo brividi di freddo e paura di quel buio:
Strane forme sbucavano e fuggivano tra gli alberi, perdendosi nella notte.

Molte bellezze ufficializzate e santificate sono maledette, sedi di terrore.
Ah, se solo potessimo veramente!
Vedremmo colare il sangue dei sacrifici e i cadaveri martoriati, sentiremmo le urla strazianti dei fantasmi.

Ci facemmo forza scherzando, e ci allontanammo, probabilmente immaginando ogni singolo, strano rumore, verso la strada che conduceva ad un castello, i cui proprietari, erano dei privati che non concedevano visite al pubblico, pur vivendo in un potenziale patrimonio dell'umanità.

Finimmo sul ponte, urinammo tutti su uno dei fiumi più inquinati d'Italia, il quale, anche se non si vedeva, non era certo cristallino.
Ci fermammo ad ascoltare lo scroscio dell'acqua che incessantemente, passa per l'ennesimo punto.

Una goccia è una porzione di fiume, è fiume stesso -pensai-

Molti nostri segreti sono stati svelati.


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