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La Storia della Dea di Simona Oberhammer a cura di Fabrizia

Di Autori vari (del 25/08/2013 @ 16:22:09, in Saggi-altro, linkato 1737 volte)


 

Ma la Dea ha una storia?

Quando le donne vengono a conoscenza del principio spirituale femminile, spesso affiora una domanda.
«Ma la Dea ha una storia?». «Sì, ce l’ha».
BR> Nel passato ci sono dei riferimenti che riguardano la Dea. È però importante una specifica.
Se la conoscenza della storia della Dea ci può aiutare nel collocare la nostra identità femminile, andare invece a caccia di prove per motivarsi a credere nella Dea non ha senso.
Non serve dire: «Ora che ho visto le testimonianze di un divino femminile, di un culto che esisteva davvero, sì ora posso crederci».
Se crediamo al concetto di divino in sé, non sono necessarie conferme storiche sulla presenza di un divino femminile insieme a quello maschile. Come non sono necessarie conferme dell’esistenza della donna insieme a quella dell’uomo.
E'un’assurdità la sua assenza.
Non la sua presenza.

Invece c’è una cosa molto meno comprensibile.
Che accanto a un Dio non ci sia anche una Dea. Non so dove sei…
Una storia spezzata

Quando ci avviciniamo alla storia della Dea – così come a tutto ciò che la riguarda – è importante sottolineare che va scovata: la nostra cultura infatti la tralascia e la dimentica in angoli polverosi.

Più volte è stato affermato dagli studiosi che la storia viene scritta dai vincitori. Chi perde viene cancellato. Il vincitore scrive la storia.

Un racconto proposto da un solo punto di vista, che sostiene la propria causa e condanna quella di chi è stato sconfitto.

Così è stato per la Dea.

Una storia spezzata. Difficile, frammentata, sommersa. Però invisibilmente presente.


Un debole-tenace filo giunto fino a noi.
Come ogni storia inizia con il consueto…
C’era una volta…
Un inizio molto lontano Sì, potrebbe quasi sembrarti una fiaba, ma è storia vera.

“C’era una volta la Dea… ” così comincia la nostra storia.


 

E inizia da molto lontano.
È una storia che non si svolge in un luogo preciso, né interessa una sola etnia, un solo popolo. Copre un arco di tempo sterminato e attraversa continenti e oceani.

Mettersi sulle tracce della Dea significa predisporsi ad esaminare innumerevoli tessere di uno sterminato puzzle, in un gioco infinito di connessioni.
Fino a giungere ad una panoramica generale. Fino a farci un’idea del tutto.

Per raccontare qualcosa del suo percorso ho tenuto come punto di riferimento i luoghi più vicini al nostro patrimonio culturale: cioè il mondo occidentale.
Ciò non significa che quanto accadde in queste zone sia l’unica testimonianza storica.
Il tracciato della Dea segue percorsi similari in altre parti del mondo, anche se tante volte con date diverse.


Un balzo nel tempo
La preistoria

A scuola impariamo a misurare il tempo della storia umana in secoli. Ma esiste un lunghissimo periodo storico in cui il tempo viene misurato in millenni. Quello della preistoria.
La parola “preistoria” indica ciò che viene prima della storia. È il riferimento al periodo di sviluppo della nostra civiltà di cui non esistono documenti scritti.
I fenomeni e gli avvenimenti vengono perciò valutati sulla base di ritrovamenti archeologici. Il tempo della preistoria è certo molto più lungo di quello a cui oggi i nostri calendari si riferiscono per il conteggio temporale, cioè partendo dalla nascita di Cristo, circa 2.000 anni fa. Inoltre, come il termine storia, è una parola convenzionale: le sue date possono variare notevolmente nelle diverse parti del mondo. I tempi che riporto sono perciò tutti genericamente indicativi.

È circa 30.000 anni fa che ha inizio la storia della Dea: a questo periodo risalgono i primi ritrovamenti.
Un tempo molto più lungo rispetto a quello delle società patriarcali, le società che si basano sull’autorità paterna maschile, che si definirono più o meno 5.000 anni fa, periodo in cui ha inizio la storia vera e propria, attraverso l’invenzione della scrittura: è da questo momento che si possono datare e documentare gli avvenimenti.

In questo lontano passato sono esistite civiltà che si rivolgevano al divino femminile. E hanno considerato la Dea una realtà. Dal momento che non restano testimonianze scritte, a parlare sono i numerosi reperti rinvenuti nei siti archeologici di molte parti del mondo: statuette,affreschi, templi, monumenti funerari, sepolture, dipinti e oggetti di uso quotidiano. Tutti insieme, come una lunghissima colonna vertebrale, ci collegano alla storia del divino femminile.

Quali zone della terra ci portano sulle tracce della Dea?

Molte, in verità.
Sono luoghi lontani tra loro, sparsi come monete di un tesoro sui fondali marini. Che le correnti e le maree hanno trasportato, eroso, sepolto. E in alcuni casi restituito. Le aree più interessanti sono la vecchia Europa e la parte nord orientale dell’Asia. Più a sud un bacino archeologico comprende l’Egitto, diverse zone del Medio Oriente fino all’India. Più precisamente per l’Europa si parla, al nord, di Scozia e Lapponia. A occidente, di Francia e Spagna. A sud, di Italia, Grecia e l’isola di Creta e Malta. A oriente, di Romania, Bulgaria, Moldavia e Ucraina. Ancora più a oriente, in Asia, va considerata l’attuale Siberia e, a sud, la zona corrispondente all’attuale Turchia.

Che aspetto hanno questi ritrovamenti?
La caratteristica principale è la frequente figurazione del principio femminile attraverso l’enfatizzazione del corpo della donna: seni enormi, ventri gravidi, fianchi larghi, vulve ben evidenti. Anche se lo studio di un passato così lontano è sempre frutto di un’interpretazione, tuttavia queste raffigurazioni esprimono un femminile molto potente. Un femminile assoluto.

La Dea è venuta prima?
Donne magiche Con molte probabilità il principio femminile fu riconosciuto per primo nel suo potere, rispetto al principio maschile. C’è un motivo. E non riguarda il fatto che sia più importante di quello maschile. Nei primordi dell’umanità il potere di dare la vita era sicuramente imputato completamente alla donna. Era uno sbaglio, ma gli esseri umani realizzarono certamente solo con il tempo che anche l’uomo, attraverso l’emissione dello sperma, era parte del processo. Prima di questa comprensione si assisteva al ventre delle donne che inspiegabilmente si ingrossava e poi, nove mesi dopo, partoriva un essere umano.Il sacro processo della nascita era probabilmente concepito tutto al femminile: la donna, si pensava, era in grado di generare bambini da sola,per partenogenesi, cioè producendoli spontaneamente nel suo ventre. Lei quindi possedeva un grande potere. Che all’uomo mancava. Un potere che la rendeva speciale, divina: come l’universo, lei era capace di generare la vita.

Fu spontaneo sacralizzare il principio femminile. La donna in sé custodiva e faceva nascere la vita attraverso il suo utero e la sua vagina. Poi la nutriva e la faceva crescere con il latte che sgorgava dal suo seno. Inoltre era ancora lei che inspiegabilmente ogni mese, secondo i ritmi dell’astro lunare, sanguinava. E, diversamente da chi perdeva sangue per una ferita, lei non moriva. Gravidanza, parto, allattamento, mestruazioni: nella donna confluivano spontaneamente i cicli dell’universo, della luna, delle stagioni, delle maree, della fecondità della terra.

 La percezione della Dea nacque probabilmente da queste istintive associazioni. Un principio spirituale in cui tutti spontaneamente si riconoscevano figli. Donne e uomini.

 Le statuette della Dea Un sacro femminile in mano. Seni rigonfi e nutritivi, ventre rotondo e pieno, fianchi rigogliosi, natiche prosperose, vulva grande e aperta.

Giungono così a noi – spesso sotto forma di statuette – donne solenni e possenti. Se le raffigurazioni del maschile in questo lontano passato sono quasi assenti – compaiono solo molto dopo – queste statue del femminile manifestano la piena espressività della matrice biologica.
 Attraverso le forme. E attraverso i simboli che le accompagnano.
Sono definite “statuette” perché spesso sono piccole: 20 centimetri, 15 centimetri ma anche solo 6 centimetri.

 Ritrovate in luoghi che suggeriscono una loro sacralità – si trovano per esempio disposte con cura nelle tombe, accanto ai corpi – sono definite dagli storici “piccole veneri”. Un’attribuzione che sclerotizza però il femminile solo in certi aspetti. A me piace chiamarle semplicemente Dee preistoriche.
Sono tante e risalgono a tempi diversi. Per esempio la Dea di Willendorf, ritrovata in Austria, è molto antica: risale a circa 26.000-24.000 anni fa. La Dea di Dolni Věstonice, ritrovata in Moravia, risale a un periodo tra 29.000 e 25.000 anni fa. Le Dee cicladiche, in area mediterranea sono più giovani: compaiono circa 6.000 anni fa. La Dea sdraiata, ritrovata a Malta risale a circa 5.500 anni fa.

Sai cosa mi è capitato di notare?

Quando le donne – un po’ meno spesso gli uomini – vedono queste immagini spesso hanno una reazione non positiva. Talvolta di rifiuto, per non dire di rigetto. Troppo prosperosi quei fianchi. Troppo debordanti quelle natiche. Troppo abbondanti quei seni. Troppo evidenti quelle vulve.
Forse anche per te è così, osservando queste immagini. Forse anche per te queste Dee sono “troppo”. Troppo di tutto. L’esasperazione della genitalità di queste immagini da qualcuno è stata anche abbinata alla pornografia. Ma è la nostra idea cristallizzata di un corpo femminile perfetto, disegnato dalla tecnologia digitale, che non ci fa cogliere la voce della matrice biologica che parla attraverso queste immagini. Non dobbiamo diventare così. Però possiamo cogliere il significato simbolico di quelle che ci sembrano esasperazioni. E invece sono celebrazioni del corpo femminile.

La funzione delle antiche statue preistoriche non è infatti quella di rappresentare delle donne. Ma l’essenza di ciò che sono. Le loro forme così accentuate servono a ricordarcelo. È la dimensione sacra espressa nel corpo. Se le guardiamo cogliendo questi segni, possiamo comprendere che tali immagini femminili contengono in sé un forte messaggio. Sono l’espressione della matrice biologica estremizzata. Trasformata in archetipo: cioè in simbolo universale. Con lo scopo di raffigurare un femminile divino: La Dea.

La stessa estremizzazione, più tardi, si verificò anche con la matrice biologica maschile. Ma se le Dee preistoriche suscitano ogni genere di commento per le loro forme ipertrofiche, o pendenti, o fuori da ogni proporzione, stranamente non accade altrettanto per le immagini che enfatizzano il maschile.

Le numerose rappresentazioni di enormi falli eretti non suscitano né disgusto né ribrezzo: al contrario apprezzamenti e battute spiritose.

Se una esasperazione dei genitali femminili è considerata oscena, una rappresentazione sproporzionata di un fallo è semplicemente un simbolo di virile prestanza, un inno al potere fecondante maschile. Accettato da tutti più spontaneamente.

 

Le civiltà della Dea

Un femminile che si esprimeva: “So chi è mia madre, non so chi è mio padre: una discendenza matrilineare.”

In queste arcaiche civiltà la discendenza era – per forza di cose – matrilineare, cioè collegata alla donna. Perché il ruolo maschile della fecondazione non era ancora riconosciuto. E perché non era possibile individuare il padre, se la donna aveva relazioni sessuali con più uomini, come probabilmente accadeva. Prima dell’epoca patriarcale non c’era l’istituzione del matrimonio. Sapevi con certezza chi era tua madre. Ma non chi era tuo padre. Una cultura matrifocale. Questo filo conduttore tutto femminile sviluppò una cultura matrifocale, cioè incentrata sui principi femminili.
È importante specificare che matrifocale non significa matriarcale. Con questo ultimo termine si intende un dominio delle donne sugli uomini. Così come il patriarcato lo è degli uomini sulle donne. Gli storici più volte hanno messo in discussione la presenza di un matriarcato. Probabilmente a ragione. Il “dominio” non è infatti né una caratteristica né un estremo del principio femminile, teso invece verso l’interconnessione e la cooperazione. E infatti pare che queste civiltà fossero fondamentalmente pacifiche, centrate sull’agricoltura.

La deduzione proviene non solo da ciò che è stato ritrovato ma anche da ciò che manca: gli studiosi della preistoria nei reperti notano puntualmente delle assenze. Di armi. Di elementi guerreschi. Di tracce di lotte. Di violenza. Di battaglie. Elementi che compariranno invece in misura massiccia successivamente, a mano a mano che si affermeranno le società di stampo androcentrico – dal greco “andros”, uomo – cioè dominate da un eccesso del principio maschile.

 

Un tempo molto più lungo.

È così che i culti della Dea parlano in noi: culti durati per almeno 25.000 anni. Un tempo lunghissimo. Lunghissimo rispetto a cosa? Rispetto ai 5.000 anni del patriarcato. Ai 4.000 anni della religione ebraica. Ai 2.000 anni della religione cristiana. Ai 1.400 anni della religione musulmana.

Figlia di una visione al maschile, la storiografia banalizza però il culto della Dea. La maggior parte degli storici lo considera solo come culto della fertilità. Senza comprendere altri aspetti. Spesso inoltre si riduce sbrigativamente questa civiltà ad espressioni culturali e spirituali rozze e grossolane. Primitive rispetto a ciò che è progredito successivamente.

Un esempio: la spiritualità immanente, tipica del femminile, viene inserita in questo contesto “primitivo”. Mentre quella trascendente, tipica del maschile, viene considerata come più “evoluta”. Anziché come due espressioni diverse, la prima è concepita come una forma retrograda e la seconda come una forma progredita. Ma è uno sbaglio.

La Dea rappresenta la spiritualità femminile. Diversa da quella maschile.

Ma perché oggi non la conosciamo?

Perchè la Dea non c’è più.

 Nelle civiltà della Dea ad un certo punto ci fu una trasformazione. Accadde qualcosa. Iniziò l’epoca patriarcale. Non fu un cambiamento improvviso. Fu un cambiamento sottile e stratiforme: goccia a goccia, portò alla formazione di nuove strutture, molto diverse dalle precedenti. Anche se possediamo solo frammenti per ricostruire un tempo così lontano – a volte persino gli studiosi più esperti avanzano per ipotesi sui terreni delle loro teorie – ci sono però testimonianze ben precise.

Riguardano le incursioni di civiltà guerriere. Armi, cavalli e corone. L’avvento del patriarcato. Sappiamo che grandi ondate migratorie coinvolsero diversi popoli. Con spostamenti da Oriente verso Occidente, dal nord Europa verso il sud, dalla valle dell’Indo verso il Mediterraneo. Vennero dai deserti, dalle pianure, dalle montagne.

Gli storici li hanno chiamati col nome generico di Indoeuropei. Non si tratta però di un unico popolo, ma di etnie assai diverse tra loro. Alcuni li avrai certo conosciuti studiando la storia a scuola: sono gli Ittiti, gli Achei e i Dori e la stirpe degli Ebrei. Questi popoli, e altri, arrivarono a ondate migratorie successive, in un arco di tempo di circa 4.000 anni: tra 6.000 e 2.000 anni fa. In un tempo relativamente breve – poche migliaia di anni – invasero, conquistarono e distrussero le civiltà esistenti. Si abbatterono in ondate successive sulle popolazioni agricole che vivevano nelle valli e nelle pianure dell’antica Europa. Progressivamente causarono la loro fine.

Com’erano questi invasori?

Erano civiltà guerriere, nomadi, molto diverse dalle precedenti: basavano la loro cultura sulla fabbricazione delle armi e sul cavallo, che addomesticavano. Forti e bellicosi, si fondavano su ideologie maschili estremizzate. Guerra e lotta. Esaltazione della forza fino alla violenza. Esercizio del potere fino alla supremazia. Occupazione dei territori fino alla totale conquista. Estensione del dominio fino alla soppressione della libertà personale. La terra venne divisa, frammentata in tante parti. Diventò proprietà di un’egemonia maschile. Insieme al possesso si formò una rigida gerarchia dove le donne occupavano ruoli di inferiorità. Per l’uomo, a quel tempo, non fu certo difficile dominare la donna: lei era più piccola, la sua forza fisica inferiore; e soprattutto era limitata da gravidanze, parti, allattamento e accudimento dei bambini. Fu relegata ad un ruolo di seconda classe. Divenne proprietà dell’uomo. E con essa i figli da lei partoriti: garanzia di una discendenza patrilineare, cioè in linea maschile. I territori e i beni conquistati venivano passati dal padre al figlio maschio prescelto.

 Quando fu scoperto il ruolo maschile nella procreazione, il dominio della donna da parte di un solo uomo assicurò una certezza fondamentale. La certezza della paternità. Fu così che il controllo della sessualità femminile divenne fondamentale.

Prendendo conoscenza di questo passato storico nascono spesso delle domande. Eccone qualcuna delle più ricorrenti.

 Cosa spinse questi popoli ad una migrazione sistematica verso l’Europa e il Mediterraneo?

Cosa li rese così invincibili?

Più che risposte ci sono delle supposizioni. Che però finiscono sempre con un punto interrogativo.

 Fu l’uso del cavallo che, in un tempo in cui tutti andavano a piedi, essi sfruttavano alla perfezione come mezzo di trasporto veloce, per la caccia e come macchina da guerra?

Fu l’uso dell’arte metallurgica, per cui non costruirono solo attrezzi agricoli o da caccia ma anche armi per combattere?

Fu il loro carattere bellicoso, la forza e la robustezza fisica, l’ordinamento sociale in cui il maschile dominava?

Fu la durezza della loro vita, l’economia pastorale, le terre ostili, le steppe fredde o i deserti che li spinsero verso territori più allettanti?

 Come sempre, possono esserci più risposte perché stiamo tenendo per mano solo un filo leggero di questo lontano passato. È certo però che il processo di patriarcalizzazione non fu repentino ma progressivo: non un colpo di spada ma una lenta sedimentazione. Strato dopo strato ci furono cambiamenti importanti. Si formarono delle nuove ideologie. Con tempi diversi nelle aree coinvolte.

A Creta, per esempio, la cultura minoica fu influenzata dalla presenza del femminile per un tempo più lungo, fino a circa 3.500 anni fa. E così, man mano che la storia seguiva i suoi passi, modellando intorno a sé il paesaggio di un maschile predominante, le ondate di questa trasformazione si insinuarono anche negli spazi della Dea.

Prima gradualmente.

Poi drasticamente. E allora tutto cambiò.

Una Dea all’ombra degli Dei.

Le dee con la “minuscola”

Agli inizi la trasformazione della Dea fu lieve e sottile: non venne “sradicata” ma piuttosto “amalgamata” poco a poco alle nuove ideologie. Per un certo tempo venne ancora venerata. Gradualmente mutò però le sue forme.

Da principio divino assoluto – essenza primigenia del femminile – fu smembrata e frammentata. Nacquero così le “dee”. Faranno la loro comparsa circa 5.000 anni fa.

Sono personificazioni distinte: più che un potente e sacro principio divino rappresentano il femminile nei diversi aspetti. È una lista di nomi senza fine quella che si produsse.

La Dea – principio divino unico e primigenio – divenne Iside in Egitto. Ma anche Hathor, Maat, Nut, Sekhmet, Bastet. Prese il nome di Era, in Grecia. Ma anche di Demetra, Artemide, Ecate, Atena. A Roma ci fu Giunone. Ma anche Cerere, Vesta, Minerva, Diana. Lo stesso accadde nell’area baltica, in Mesopotamia, nel Nord Africa. E, più avanti nel tempo, in Germania, Inghilterra, Irlanda e altri paesi europei.

 Le divinità maschili: capi e guerrieri Lotta, sfida e conquista Intanto gli dei emergevano sempre più possenti, attraverso valori maschili spesso estremizzati. Lotta. Sfida. Conquista . Gerarchia. Il maschile si affermava con una freccia scagliata, un cavallo al galoppo, una spada sguainata, una corona sul capo. Questo processo di trasformazione è visibile nelle figure di divinità maschili che popolano le religioni politeiste: quella greca, romana, celtica, germanica, egizia, mesopotamica, fenicia. Gli dei sono re, capi guerrieri, eroi, sacerdoti. Portano copricapi vistosi ornati di corna, piume, elmi. Impugnano scettri, daghe, lance, pastorali. Scagliano frecce, fulmini, fuoco e lava. Maneggiano fruste, asce, martelli e bastoni. Archetipi della virilità, questi dei a volte sono saggi e comprensivi, audaci e difensori dei popoli, coraggiosi e generosi. Ma spesso incarnano invece l’estremizzazione dei principi maschili. Non sono autorevoli bensì impositivi. Non sono delle guide bensì dei tiranni. Non sono decisi bensì spietati. Non sono forti bensì violenti. Non sono coraggiosi bensì sanguinari. Tutto all’eccesso. Crono, uno degli dei greci più antichi, divora i propri figli appena nati perché gli viene predetto che uno di essi l’avrebbe detronizzato e sconfitto. Ares, il dio della guerra, è brutale e rissoso, sempre pronto all’aggressione e all’attacco. Zeus, il più potente dio dell’Olimpo greco, è famoso per l’insaziabile sessualità e per gli stupri e le violenze commesse su dee, ninfe e donne mortali. Ade, re degli inferi, rapisce con la forza la giovane dea Persefone e la porta nel suo regno sotterraneo. Sono le storie degli dei e degli eroi delle civiltà patriarcali. Da qualsiasi cultura provengano, si somigliano.

     Se i culti della Dea erano legati alla luna, queste civiltà sono soprattutto legate al culto del sole. La gerarchia diventa un elemento fondamentale.

   E si ispira al paesaggio patriarcale circostante dove c’è un re che comanda i popoli, un valoroso guerriero che comanda gli eserciti, un potente sacerdote che fa da intermediario con gli dei in cielo. A volte, è la stessa persona. Altre volte, sono classi di potere, caste, ruoli.

 

    Dee travisate: un femminile frantumato, la donna riplasmata.

    Fu così che la Dea – frantumata nelle dee – entrò in questo robusto ingranaggio e venne plasmata in rispondenza ai nuovi codici e ai nuovi modelli sociali e culturali.

    Vicino a questi dei, il divino femminile perse ulteriore forza. Assunse sempre più spesso un ruolo secondario. Le religioni politeiste, gli antichi culti pagani, ci lasciano una profusione di immagini di dee. Dee che sono le mogli, le sorelle, le madri, le amanti, le figlie o anche le nonne di autoritarie divinità maschili, sempre più potenti.

    Atena, dea greca della sapienza e figlia del potente Zeus, eredita le sue virtù dal padre che la genera direttamente dalla propria testa. Demetra, la dea della terra, è sorella di Zeus e di Ade e deve obbedire ai loro voleri, anche quando le sottraggono la figlia Persefone.

   La dea Era, pur essendo regina degli dei dell’Olimpo, ha tuttavia un ruolo subordinato rispetto a quello di Zeus, il celeste consorte. Ed è soggetta al più grande numero di tradimenti di tutta la mitologia. Matrimoni divini più o meno forzati, stupri e incesti spesso sanciscono i nuovi ruoli delle divinità femminili. Le nuove dee non sono più il possente principio generatore, il simbolo del primigenio femminile.

   L’antica Dea Nut egiziana da creatrice si trasforma in una tranquilla divinità “del cielo”. Il potere di creazione passa a Ra, il sole. Se il pantheon egizio è un intricato dedalo di divinità, in tutte però la scansione è netta. Gli dei hanno un ruolo di prim’ordine. Le dee da comprimarie. Oppure vengono alterate nella loro rappresentazione. Nella Grecia classica Era, la sposa ufficiale di Zeus, nelle versioni precedenti aveva una valenza diversa. Dea generatrice e potente, veniva venerata come Parthenos divina, cioè “vergine” nel significato originario della parola: libera sessualmente, indipendente, non soggetta al volere di altri. Quando divenne sposa di Zeus, comincia invece il declino del suo potere e la sua trasformazione. Umiliata e tradita, di questa dea si ricordano soprattutto le vendette messe in atto contro le “rivali”. Diventa il prototipo dell’astuzia finalizzata all’inganno, simbolo del rancore, della gelosia e dell’isteria femminile. Artemide, inizialmente, era anch’essa una divinità molto potente: contava un grande numero di aderenti ai suoi culti e il suo santuario a Efeso era una delle “sette meraviglie” del mondo antico. Ma poco per volta venne ridimensionata e si ridusse solo a “dea delle selve”, protettrice delle giovani madri. Gaia, una delle dee più antiche, chiamata anche Gea, era il simbolo della terra generatrice. Dopo l’ascesa di Zeus, però, il suo nome finì nell’ombra. Non più dea della creazione, rimase come mitica antenata, la nonna del signore del cielo.

 

    A Delfi, la sede oracolare più famosa dell’antichità, la sacerdotessa Pizia inizialmente parlava in nome di Gaia. Ma poi Delfi diventò anche sede dell’oracolo di Apollo: il culto ufficiale passò così nelle mani del giovane dio. Potenti dee-regine come la babilonese Isthar o l’egiziana Hathor furono trasformate nelle dee della bellezza e dell’amore sensuale, equivalenti all’Afrodite greca e alla Venere romana. È la celebrazione di un femminile privo di potere, concepito ed idealizzato solo in base ad alcuni aspetti: soprattutto la bellezza e la sensualità. Ma se questi aspetti fanno parte del femminile, non sono però certo gli unici. Le dee del paganesimo popolano i racconti, le storie, i testi sacri di innumerevoli generazioni di popoli.

  

    Sia nella versione iniziale più potente che in quella successiva più debole, hanno però tutte una caratteristica simile. Non sono “la Dea”. Sono solo sue sbiadite fotografie. La cultura androcentrica in esse ha assimilato e modificato i valori femminili aggiustandoli in base alle sue esigenze. Ha scelto cosa tramandare e come. Ha utilizzato i principi femminili più convenienti. Li ha elaborati. E ha gettato tra i rifiuti gli altri. Al femminile è stata associata una quantità impressionante di valori travisati e negativizzati. Per esempio le dee che rappresentavano la sessualità femminile, il piacere, l’erotismo diventano in molti casi demoniache. Kali è la dea che danza con la bocca sanguinante e una collana di teschi. Medusa ha serpenti al posto dei capelli. Le Arpie e le Erinni sono mostri mitologici sanguinari e crudeli. Ecate rappresenta i lati negativi dell’animo umano, i comportamenti malvagi e insensibili. Sono divinità femminili identificate con la morte, la distruzione, il sesso come depravazione e la lussuria sfrenata. Sono associate agli eccessi di follia. Divinità che godono nell’uccidere, nel possedere carnalmente le loro vittime, nella vendetta, nello spargimento di sangue.

 

   Come andò avanti questa storia?

   Successe che ad ogni generazione i concetti alterati sul divino femminile si rafforzarono e penetrarono sempre più profondamente nelle coscienze. Come un palo che affonda nel terreno sotto i colpi ritmati di una mazza di ferro. Gradualmente hanno acquisito stabilità. Sono diventati veri per tutti. Per gli uomini. Ma anche per le donne. Sono diventati perni su cui si sono innestati altri pali. Dove sono stati piantati chiodi, annodati lacci, avvitati giunti di raccordo. È sorta così una struttura solidissima e inattaccabile, come le fortificazioni degli antichi romani. In grado di resistere perché perfettamente progettata e realizzata.

 

   Morte delle sacerdotesse.

   Tu non puoi guarire. Con lo spegnersi del culto delle dee anche le donne che le rappresentavano – le sacerdotesse – scomparvero. La spiritualità fu solo in mano agli uomini. Insieme al sacro venne tolto alle donne anche il potere della guarigione, da sempre di stretta competenza femminile. L’uso delle erbe, dei rimedi, delle terapie della natura fu sottratto alle donne, le rappresentanti della terra.

 

    Una Dea fatta a pezzi. Frammenti deformati. Cosa rimane quindi della Dea?

   Rimangono i frammenti di un divino femminile fatto a pezzi e disperso. Sorge allora una domanda. Anzi molte.

 

   Con quale chiarezza possiamo accostarci alle misteriose divinità, che dal loro silenzioso podio nelle tranquille sale dei musei di tutto il mondo, ci guardano senza parlarci? Cosa vediamo in queste immagini quando le osserviamo raffigurate sulle pagine dei libri o su internet? Cosa comprendiamo degli antichi miti di cui leggiamo le storie? Quali brandelli del femminile recuperiamo? Ho visto tante donne alla ricerca del femminile parlare con entusiasmo di Minerva, Diana, Hathor, Kali, Nut, Ecate, Atena, Demetra. E scrivere con altrettanto entusiasmo di queste dee. Come se quelle rappresentazioni contenessero l’accesso al femminile. A un modello con cui identificarsi. In cui trovare valori adatti per le donne.

   Ma io ho sempre avuto impresse dentro di me le parole della mia Maestra. Lei diceva: «Oggi addentrarsi nei meandri del passato richiede molta conoscenza. Non mi riferisco alla conoscenza storica ma a quella dei principi femminili. Senza di essi le interpretazioni possono essere rigorose dal punto di vista storico ma comunque sbagliate: perché la lettura del femminile avviene secondo un’ideologia androcentrica. Molto lontana dall’essenza della Dea». Con il suo insegnamento ho compreso che quando ci avviciniamo al femminile è come sedersi su uno sgabello posto su una superficie che non è piana: traballiamo da tutte le parti. Per comprendere davvero il femminile dobbiamo fare un’opera di pulizia. È come entrare in una soffitta dimenticata, soffiare via la polvere, cercare gli oggetti che ci interessano, spolverarli e ripulirli. E infine osservarli per quello che sono. Ci accorgeremo che ci rimane in mano una miriade di pezzi rotti. Frammenti con cui le donne cercano di ricostruire un femminile originario. Non è facile. E neanche conveniente. Perché con la scomparsa della Dea – e del principio femminile – le ideologie patriarcali sono penetrate a fondo in tutti noi. Hanno avuto a disposizione un tempo lungo – 5.000 anni – per insinuarsi nella nostra mente. Oggi non le riconosciamo più. Sono come la nostra pelle. Non le sentiamo estranee perché le assorbiamo fin dalla nascita, le succhiamo con il latte, dai tempi dei tempi.

 

    Il culto del Dio.

    La Dea… scompare. Fu così che il femminile travisato un po’ alla volta divenne sempre meno divino. E sempre meno potente. Finché non successe qualcosa. Scomparve del tutto. Con la nascita delle tre grandi religioni androcentriche – cristianesimo, ebraismo e islamismo – il divino divenne esclusivamente maschile. Ci fu solo un Dio. La Dea sparì. Secondo queste nuove religioni il principio creatore è maschile. E la struttura ecclesiastica è piramidale. E gestita da uomini. Il divino fu isolato in cielo. Lasciando vuota la terra. Ci vennero dati i dieci comandamenti ed una rigida gerarchia da rispettare: come se il rapporto con il divino fosse qualcosa di complicato e difficile. I principi diffusi da queste religioni non sempre coincidono con il messaggio originario: gli ispiratori non sempre hanno parlato in termini patriarcali. Però la spiritualità che le religioni propongono è di tipo maschile, non femminile. E su nel cielo, non giù sulla terra. Il Dio è uno, universale e totale. Esprime, al massimo grado, la matrice biologica lineare. In lui si riconoscono tutti i poteri. È onnisciente e onnipotente. Creatore e distruttore. Premia e castiga. È un Dio-padre-unico-autorevole che definisce linee guida a cui si devono attenere gli uomini. E ancor di più le donne. Entità celeste solenne, è l’apice di perfezione spirituale in un mondo che ha collocato la dimensione sacra esclusivamente al di fuori di esso. La tradizione spirituale è così diventata solo maschile. Maschile è il divino. Maschili sono i suoi principi. Maschili sono i suoi rappresentanti.

 

   È normale quindi associare al maschile tutto ciò che rappresenta la divinità. È normale per gli uomini. Ma stranamente lo è anche per le donne. Perché?

   Perché la concezione delle religioni androcentriche è diventata ormai il nostro modo di pensare e di essere, anche se non sempre corrisponde alle nostre esigenze interiori. Specialmente a quelle femminili. Una Dea dispersa, Un divino solo al maschile. Man mano che il tempo passava, della Dea non si ebbero più notizie. Restano oggi solo pallide tracce di un suo passaggio nella storia. Ricordi sbiaditi che non possono più trasmetterci l’idea dei colori originali. Nel trascorrere dei secoli, la cultura patriarcale ha infatti cancellato tutto ciò che si riferiva al divino femminile e ai suoi culti. Sono stati sostituiti i suoi simboli, i suoi valori. Sono stati sostituiti i suoi nomi, le sue celebrazioni. Sono stati sostituiti i suoi principi e le sue ideologie. Inabissata nelle sabbie del tempo, la Dea è scomparsa. Dagli occhi, dal cuore, dal ventre e dall’animo delle donne. Ma anche dalle menti e dallo spirito degli uomini. Ci fu solo un Dio. E il rapporto con il divino divenne esclusivo compito maschile. Siamo orfani spirituali C’è un Dio padre, non c’è una Dea madre È come se nelle nostre famiglie ci fosse solo il padre e non la madre. È come se l’essere umano fosse rappresentato solo dall’uomo e non dalla donna. È come se la nostra essenza si manifestasse solo al maschile e non al femminile. È una discriminazione spirituale tuttora ben presente e radicata. Anche dopo la liberazione femminile. C’è un Dio.

 

    Oggi la Dea dov’è? È una discriminazione spirituale tuttora presente e ben radicata.

 

 

AAbaout the Author

   Simona Oberhammer è' naturopata e ricercatrice indipendente. Ha seguito anche un percorso al femminile. La naturopatia è quindi la sua professione e la via femminile la sua passione. La dottoressa ha effettuato i suoi studi e le sue ricerche internazionalmente in diversi paesi quali Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Austria. Gli studi, le ricerche internazionali e il percorso personale sono stati la base per l’elaborazione e la creazione di nuovi sistemi e metodi terapeutici. I più importanti sono:

La Via Femminile® e Naturopatia Oberhammer®.Permanent Link Related Articles:
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